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Le crete di Fanny

Non è facile trovare la bottega di Fanny. Sapevi che era in piazza Maio a Casamicciola, poi ti dicono che si è trasferita a Lacco Ameno alla via Pannella; la cerchi, non c'è più. Nel vicolo appresso, consiglia paziente il libraio. Finalmente eccola. Perché Fanny Coletta è come le sue crete, leggera e aghiforme, sfuggevole come un ricciolo d'argilla che rotola sotto il banco di lavoro e finisce chissà dove. Sulla parete un'amica le ha scritto una serie di scemerie tipo baci Perugina mentre una radiolina gracchiante diffonde Whitney Houston. Sufficiente per scappare via.
Invece bisogna restare, voglio capire perché Fanny non è mai dove penseresti di trovarla. Intanto la guardo divertito perché sta lavorando ad uno dei pezzi più piccoli che abbia mai visto, una torre o forse un'isola o forse il Castello, grande quanto il ditale delle nonne.
Il tempo passa, Rosaria la guarda, in cima uno schizzo d'argilla si trasforma, compare una scala che circonda la piccola massa e conduce verso l'alto, il bulino incide la pasta che diventa una siepe fitta.
Fanny non ama i grandi volumi, i suoi presepi di creta per i quali è stata ammessa anche a  S. Gregorio Armeno, affianco ai pochi figurari rimasti, sono l'opposto della grande tradizione barocca del presepe napoletano. Nello spazio di pochi centimetri c'è tutto il parlottio sommesso delle figure che animano la Natalità ed il contorno della scena è un incredibile panorama di macchia mediterranea che circonda la Grotta, animali, uomini e cose.
Si avverte il vento che soffia e piega. Porta via cirri e nuvole.
Fanny è un cirro lacero che si lascia trasportare dal capriccio del vento e guarda dall'alto. Dall'alto tutto è piccolo, miserie e grandezze, flussi turistici, strade sfondate e tratturi sventrati.              
Nel localetto davanti laboratorio, che le due compagne usano come negozio: portafiori e ciotole, pulcinella e pupazzi, creature oniriche delle fantasie infantili, eroi archetipici che mi tornano nel ricordo, soggetti dei racconti di fate.
Per noi orfani dell'infanzia, Fanny/Trilly continua a volare, andare e venire dal Paese che non c'è, regalando qualche volta un'isola d'utopia; la sua bottega è the home under the ground di Peter Pan e lei sola, non ne conosco molti altri, riesce a non lasciarsi prendere nella Laguna delle Sirene dell'arrivismo sciatto, dell'autoproclamarsi artisti.
Fanny Coletta è l'opposto della noia del mito dell'autocelebrazione, dell' yuppismo del fintonaïve per cui le sue ceramiche sono note a pochi.
E questo non va, bisogna, credo, fare una passeggiata a Lacco, in via C.Colombo all'angolo con il Corso; almeno per dare uno sguardo alle sue crete, alle sue sculture in cotto.
Pierluigi Di Majo