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L'evoluzione delle lingue

  Chi avrebbe mai preveduto, nell'età repubblicana e imperiale di Roma, la rapida decadenza della "comune patria", luce di tutte le genti? L'Urbs, infatti, con le guerre sannitiche prima e poi con le guerre puniche e macedoniche, era pervenuta a mirabili traguardi. Contribuivano alla fede nell'eternità dell'Impero le leggi, gli eserciti, i monumenti e la lingua; ma Roma fu dilaniata, già nel secolo V, da profondi rivolgimenti. La crisi politica, militare, economica, morale e demografica aveva ormai logorato l'intero Occidente: con i facili successi del rozzo Odoacre, capo degli Eruli, e con la deposizione di Romolo Augustolo, figlio del goto Oreste, avvenne il maggiore dei crolli ricordati nella storia.
Si  corruppe e si frantumò anche la prodigiosa lingua latina: e proprio dei molteplici fenomeni linguistici, dalle origini ad oggi, le nostre brevi note si propongono di esplicare la lenta trasformazione e i processi evolutivi.
Ai complessi quesiti sulle fasi progressive dell'umano linguaggio, nato da associazioni fra il gesto e la voce, e sui primi elementi della lingua originaria non possiamo rispondere, perché tutte le soluzioni proposte per le origini della vita e dell'uomo sono frutto di ipotesi. Sull'unità preistorica e sulla serie di schemi e di sviluppi dell'indoeuropeo comune, dal quale derivarono quindici gruppi di lingue, differiscono le teorie: dell'antichissima lingua madre, il cui centro di propulsione fu quasi certamente l'Eurasia settentrionale, mancano i documenti, e di nion pochi gruppi derivati (come l'ittito, la cui letteratura risale a due millenni prima di Cristo, e il celtico, privo sempre di letteratura) il grado di conoscenza non è sufficiente (1). I  numerosi problemi che si pongono sui rapporti fra lingua e genti sono connessi, inoltre, alle dispute sulle razze e sulle loro migrazioni: con quale gruppo preistorico s'identifica il protopopolo e da quale sede si mosse per disporsi nelle zone fra l'India e l'Europa? Rimangono discordi le risposte degli studiosi. Esiste, in ogni modo, un tipo linguistico indogermanico o indoeuropeo (sono i termini ricorrenti nella letteratura scientifica; oggi i linguisti preferiscono l'aggettivo arioeuropeo), ma certo non esiste una stirpe o una razza indoeuropea.
I popoli di origine aria stanziatisi in Italia nell'età preistorica e noti perciò con il nome di Italici penetrarono nel nostro paese in tempi diversi: intorno al 2500 a. C. i Protolatini o Latino-Siculi, detti inumatori per i tipici riti funebri, e verso il 1000 circa gli Umbro-Sabelli od Osco-Umbri, detti incineratori pe rla loro consuetudine di bruciare i corpi dei morti e di conservarne le ceneri. Delle numerose tribù di Protolatini furono più notevoli i Latini, fermatisi nelle zone collinari vicine al basso Tevere e molto compatti, e i Siculo-Sicani, stabilitisi in Sicilia. I gruppi degli Umbro-Sabelli, a nord dei Protolatini nell'età del ferro, occuparono poi le regioni dell'Italia centrale e meridionale (nella Campania, nell'Apulia e nella Lucanica si stanziarono gli Osci o Sabelli); e senza l'opposizione del popolo etrusco, più forte e civile - sembra che non fosse di origine aria - avrebbero soprafatto le tribù dei primi Italici. Altre popolazioni si fermarono in Italia tra il X e VI sec. a. C.: nell isole maggiori gl'intraprendenti Fenici, sulle coste tirreniche e ioniche i coloni della Grecia, nella fertile pianura padana i temibili Celti.
Polimorfo, dunque, appare il quadro linguistico della nostra penisola in epoca storica. Ma rispetto alle varietà dialettali, a noi poco note, dell'osco-umbro (testimoniate solo da documenti epigrafici e dalle famose Tabulae Iguvinae, scoperte nel 1444 a Gubbio), maggiore fu l'unità dei dialetti latini, i quali, dopo lunghe e incerte fasi di mistilinguismo, prevalsero e confluirono nella lingua di Roma. Feconda via di scambio fu nella Campania la colonia greca di Cuma: e le recenti ricerche sul patrimonio arcaico lessicale confermano la vitalità di non pochi vocaboli assunti in vario modo dalla tradizione latina. Uno dei caratteri della lingua romana rimase, tuttavia, il rispetto costante delle forme originarie indoeuropee (2).
Alla fase latina dei secoli prima di Cristo, quando venne a costituirsi la ricca ed omogenea lingua ufficiale, seguì la romana (I-V sec. d. C.9, che fu contraddistinta dalla vasta diffusione, in ogni provincia, del "sermo vulgaris", ovviamente diverso dalla lingua cristallina codificata nei classici. Una serie complessa di innovazioni - caduta di sillabe e livellamento di casi, esiti diversi di vocali lunghe e brevi, forme sintattiche e verbali meno rigide - si sovrappose alle norme letterarie e grammaticali: e quando nei secoli delle invasioni barbariche e dell'anarchia feudale la tradizione unitaria imperiale favorì l'universalità della Chiesa cattolica, l'intima forza della lingua latina si espresse nello sviluppo delle parlate romanze.
Si può bene affermare, insomma, che in ogni segno o parola rivive l'intera storia degli uomini e delle cose: la magia della scrittura annulla il tempo (l'audace Cadmo, fondatore di Tebe, che introdusse nella Grecia l'alfabeto fenicio, fu perciò divinizzato) e la mobilità della voce consente mutamenti ed innovazioni.
Profonde le differenze - dovute all'azione dei particolari "sostrati", cioè delle condizioni prelatine di lingua - nell'autonoma realtà degli idiomi romanzi, ma identici i processi di lenta gestazione e i legami lessicali. Anche se tradussero la coscienza e le forme delle nuove società nazionali in Europa, le lingue romanze sorsero sui valori del mondo latino e ne difesero il patrimonio.
Accanto all'italiano la parlata neolatina più fedele alla tradizione, e quindi meno corrosa dai sostrati, fu lo spagnuolo. Emerse nella lingua della penisola iberica uno schietto carattere aristocratico e conservatore (da fabulare: fablar - hablar; da cogitare: cuidar; da petere: pedir; da percontari: preguntar; da formosus: hermoso; da metus: miedo; da numquam: nunca): e le tendenze caratteristiche - come la caduta della f iniziale, le vocali dittongate e la costante lenizione della t e della c in posizione intervocalica - non sono che deboli tracce dei sostrati. Un'impronta singolare, evidente nella tendenza ai suoni palatali (da gamba: jambe; da camera: chambre; da cantare: chanter), fu invece data al francese - i cui primi documenti, i Serments di Strasburgo, risalgono all'anno 842 - dal cosiddetto "sostrato celtico", peraltro comune alla lingua spagnuola (da multum: mucho; da octo: ocho).
Il proceso di trasformazione della lingua latina non fu diverso in Italia: e infine determinò la caduta di sillabe e di vocali atone intermedie (da facere: fare; da domina: donna; da nitidus: netto), la geminazione e l'assimilazione delle consonanti (da brutus: brutto; da delictum: delitto; da septem: sette), la perdita della quantità (luna - luna) e perciò delle desinenze, l'eliminazione del genere neutro e dei verbi deponenti, la formazione del condizionale (da amarem, imperfetto congiuntivo: amerei) e la piena prevalenza del participio passato, che poté costituire con l'aiuto degli ausiliari, la flessione dei tempi composti (laudatum habeo: ho lodato) e l'intera coniugazione della forma passiva (laudatus sum: sono lodato; laudatus fui: fui  lodato).
Le prime espressioni letterarie romanze furono gli undici componimenti, in lingua provenzale, del nobile trovatore Guglielmo di Poitiers (1071-1127), la Chanson de Roland (sec. XI), in 4002 decasillabi riuniti in "laisses", e il Poema de mio Cid (sec. XII), in 3735 versi divisi in tre "cantares". L'uso letterario del volgare italiano, i cui mezzi espressivi differivano molto da regione a regione, appare documentato nel secolo XIII: e non occorre elencare - sono ben conosciute - le complesse vicende politiche e sociali del nostro paese, giunto in ritardo all'unità nazionale, e le fasi delle dispute sulla lingua de "sì" (la prima grammatica sistematica fu quella di Pietro Bembo nel 1525; e nelle sue quattro edizioni, dal 1612 al 1738, il "Vocabolario degli Accademici della Crusca" codificò le tesi arcaizzanti bembesche) fino alle soluzioni proposte dal Manzoni e al "Novo Vocabolario della lingua italiana secondo l'uso di Firenze" (1897) compilato dal ministro della pubblica istruzione Emilio Broglio.
E' opportuno, invece, rilevare che, a distanza di un secolo dall'unità politica, non risulta compiuta l'unificazione linguistica del Nord e del Sud, né superata l'antica divergenza tra lingua e dialetti. Certo, il dilemma "fiorentino di Crusca o italiano comune?" ha perduto valore e non esiste in pratica una questione della lingua; ma della nostra grammatica non poche sono le regole oscillanti o controverse, se ne cambiano, purtroppo, le condizioni di apprendimento nelle diverse regioni.
Sono male applicate - anzi molti le ignorano - le norme dell'apocope (il cui segno è l'apostrofo: va', imperativo, da vai; mo' da modo - po' da poco) e dei dittonghi mobili ie-uo (dièci - decina; suòno - sonare); non sono ben definite le norme per il plurale dei nomi maschili che terminano in a (il poema . i poemi; il vaglia - i vaglia), degli aggettivi e dei nomi in co e go (quali i plurali di antropofago, di chirurgo, di stomaco?), dei nomi in cia e gia (la provincia - le province; la ciliegia - le ciliegie;) e dei nomi composti. L'uso degli articoli il - lo davanti ai nomi comincianti per gruppi consonantici (il psicologo - lo psicologo) e della particella pronominale gli (adoperata senza alcuna distinzione tra maschile-femminile e singolare-plurale: io gli dissi non è più l'equivalente esclusivo di dissi a lui) tende a differire dalle regole codificate; e ancora si discute sulle norme di concordanza del participio passato (con i verbi riflessivi apparenti, per esempio, si deve preferire l'accordo del participio con il soggetto - Il giovane si è raso la barba - o con il complemento oggetto - Il giovane si è rasa la barba - ?).
Per i non Toscani è difficile distinguere il suono chiuso e aperto delle vocali e-o (pésca - pèsca: ma ballétto o ballètto? - tórta o tòrta? - giórno o giòrno?) e il suono sordo e sonoro delle consonanti s - z (asino: a/sino; isola: i.sola; zappa: tzappa; zero:dzero): e l'esatta pronunzia richiede la soluzione per l'esatta scrittura. Nella nostra liungua, infatti, manca un sistema unico di accenti grafici. La vocale tonica, di regola, non si indica e, se occorre l'accento, si usa con arbitrio l'acuto o il grave. Goisuè Carducci propose di usare - ma non ebbe vasti consensi - l'accento acuto per le vocali i, u, che sono sempre chiuse, l'accento grave per la vocale a, che è sempre aperta, e l'acuto o il grave, secondo necessità, per le vocali e,o. Si adopera oggi un sistema più facile: l'accento acuto per le vocali chiuse e, o e sempre l'accento grave negli altri casi, vale a dire per a, i, u e per le vocali aperte e, o (ma l'obbligo dell'accento è limitato alle ossitone e i dubbi di pronunzia per le parole sdrucciole oppure piane non si risolvono).
In Italia, inoltre, irrompono da tempo le parole straniere; negli altri Stati diminuisce, invece, la diffusione dell'italiano. Intanto si rileva, con insistenza maggiore, la necessità per l'Europa di una lingua comune.
Oggi le lingue parlate sulla terra dai vari popoli sono circa tremila: e proprio l'Europa attesta un ampio mosaico di dialetti e di idiomi, profondamente diversi per le origini e per la storia. Il settore occidentale è tutto dominato dalle lingue romanze (però nella regione pirenaica restano isolati i parlari indigeni baschi e nei Cantoni svizzeri coesistono differenti forme espressive; un'insolita forza di penetrazione ha rivelato l'inglese, presto divenuto strumento di colonizzazione, diversamente dall'irlandese, poco duttile e circoscritto); in una vasta zona del settore settentrionale prevale il gruppo di lingue scandinave e nell'Europa orientale il gruppo di lingue slave (ma alcune regrediscono ed altre, come il russo, hanno forza espansiva); e non è compito facile seguire i processi della "mistione linguistica" nella penisola dei balcani (dove una lingua molto giovane è l'albanese).
In tanta varietà di tradizioni lessicali è possibile prevedere mutamenti e rapporti? o forse prevarranno le lingue artificiali - sono già più di cento - ideate dai singolo o dalle comunità?
Solo una lingua neutra internazionale ed esatta, presto assimilabile e senza difficoltà di lettura e di accenti, con un lessico di base ricavato da radici di origine slava, neolatina, e germanica, è in grado di eliminare l'incomprensione e le guerre tra i popoli: sosteneva nel 1887 il medico polacco Ludovico Lazzaro Zamenhof, inventore dell'esperanto. Di questa lingua della speranza il primo Congresso annuale fu indetto presso Parigi, a Boulogne-sur-Mer, nel 1905; e i molti cultori, associati in ogni Paese, curano già da tempo l'edizione di periodici e di testi letterari.
L'alfabeto dell'esperanto comprende ventotto lettere, i cui suoni non differiscono dai segni relativi. Radici essenziali formano le parole, l'uso razionale di prefissi e suffissi ne consente l'espansione e le diverse funzioni; l'accento cade sempre sulla penultima sillaba e sono fisse le desinenze. L'apparato grammaticale, costituito da sedici norme generali, non ammette eccezioni e verbi irregolari; bastano alle coniugazioni i tre temopi del presente, del passato e del futuro. Trenta lezioni di un'ora sono più che sufficienti per lo studio globale.
E' davvero l'esperanto la lingua del duemila, come affermano in ogni parte del mondo gli entusiasti seguaci di L. L. Zamenhof?
Mario Testa