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Diario di prigionia

  Quando fui trasferito al Lupo, che raggiunsi nei primi giorni dell'aprile '45 a Marostica, provenivo dal Valanga, al quale ero stato assegnato dopo essermi arruolato con altri colleghi nella Decima, alla fine del corso Allievi Ufficiali del '44.
Raggiungemmo il comando ad Ivrea con mezzi di fortuna, suscitando la meraviglia, per la facilità con cui avevamo attraversato zone presiedute dai partigiani. Naturalmente non ne avevamo alcun merito. Si viaggiava su camion e su carretti trainati da valli, come capitava, per autostrade dissestate dalle bombe e per vie di campagna, insieme con povera gente spaventata e con soldati tedeschi, passando la notte in case abbandonate o nei caselli autostradali. Ricordo una tappa, non so più dove, su di un carretto, avendo al fianco una donna che allattava e sulle ginocchia un bambino tutto sporco che mangiava una pera. Occorrevano giorni per fare alcune centinaia di chilometri.
Poco dopo, uno di noi, il Guglielmo, moriva sotto un bombardamento a Conegliano.
Col Valanga.
  Al Valanga trovai il dottor Truci che mi diede il benvenuto, intonando un canto goliardico nell'idioma fiorentino, cui fecero coro gli altri ufficiali, raggiungendo il diapason quando pagai da bere.
Partecipai da medico a varie spedizioni e scontri a fuoco. Ricordo un ferito a Redona, nel novembre del '44: era un partigiano, forse un graduato; lo curammo con i pochi mezzi che avevamo a disposizione (tra gli infermieri c'erano due studenti in medicina), lo medicammo, provvedendolo di coperte e di bottiglie di acqua calda; non parlava, non si lamentava, ci guardava con occhi stupiti forse meravigliato di trovarsi in mezzo ad alpini.
Appresi che sarebbe stato consegnato ai tedeschi; la stella rossa brillava sinistramente sul suo cappello; istintivanmente la tolsi, insieme con quanto avrebbe potuto farlo riconoscere.
Poi il reparto se ne andò e di lui non seppi più nulla. Ricordo la cattura di un certo Boccazzi, un giovane che si era fatto paracadutare su quei monti, nel dicembre, in Val Tramonti: era uno studente di medicina.
Da lui ebbi la prima informazione su di un farmaco miracoloso, usato dagli alleati e a noi sconosciuto: la penicillina.
Parlammo anche di politica; seppi del prestigio di cui godeva Nenni nell'Italia occupata, dovuto anche al fatto, secondo lui, che negli atteggiamenti, nella forza oratoria assomigliava a Mussolini.
Quando fu catturato da un nostro plotone e portato al comando, nacque subito un contrasto nel gruppo ufficiali: secondo alcuni, essendo stato preso con le armi, andava fucilato, secondo altri, tra i quali il Comandante Satta ed io, no, perché era in divisa.
Prevalse la nostra tesi e il prigioniero fu salvo. Lo ricordo bene: era un tipo brillanmte, ci scambiammo sigarette e ci intrattenemmo amichevolmente su vari argomenti. Dopo pochi giorni il Comandante Morelli mi chiese perché avessi sostenuto la necessità di risparmiarlo; gli risposi "perché era in divisa". Morelli non obiettò nulla, penso mi avesse approvato. Sia Morelli che Satta li ricordo  come dei veri signori.
A Tarnova
  Col Valanga, nel dicembre '44 fui a Tarnova dove restammo alcuni giorni, isolati senza rifornimenti: feci conoscenza per la prima volta con l'arrosto di gatto, piuttosto repellente. Presi in cura un vecchio cardipatico; gli facevo iniezioni di strofanto; stava sempre a letto.
Con la mia piccola scorta di medicinali accontentavo le richieste di quella povera gente, come potevo; c'erano solo donne e bambini, gli uomini erano in guerra, lontano. Quando arrivai al paese quella sera con i compagni, dopo una lunga marcia nella neve ed entrai nel cucinone della casa che ci avrebbe ospitati, ne vidi un paio, avvolte in panni neri dalla testa ai piedi, affaccendate attorno a grosse pentole fumanti sul fuoco, mute e serie come sacerdotesse; si stringevano alle gonne i bambini; avevano un viso dolce e rassegnato, noi regalavamo loro scatolette di viveri. Ricordo i grandi camini del Friuli all'interno dei quali giravano panche attorno al fuoco; su di esse dormii più volte al riverbero della fiamma. Un giorno mi fu portato un giovane partigiano, ferito, era molto grave; lo curammo con premura, medicandolo, sostenendolo con iniezioni di analettici. Allora non esistevano siringhe già pronte: si sterilizzava tutto con l'ebollizione sul fuoco; rimase tutta la notte disteso su un tavolo avvolto in coperte accanto al focolare acceso.
Non diceva una parola: aleggiava intorno atmosfera di attesa, di tragedia.
Partimmo un giorno, e a noi subentrò il Fulmine. Poco dopo ritornammo in zona, sui monti circostanti per liberare il Fulmine assediato. Si vedevano laggiù le colonne degli Slavi avanzare nella neve verso il paese, piccoli uomini neri, sotto le cannonate dei tedeschi.
Ogni tanto qualcuno cadeva, poi si rialzava. Pensavo agli amici che avevo lasciato in quelle case. Fummo, la notte, attaccati dai Titini; ci chiamavano in italiano esortandoci alla resa. Ci faceva impressione sentire quel parlare italiano sul fronte nemico. Avevamo allestito un pronto soccorso sul fianco della montagna piena di neve, in una grotta male illuminata, essendo in una situazione estremamemte scomoda; ci venivano portati i feriti e si faticava a visitarli nell'oscurità.
Incontrai il collega del Barbarigo che aveva una bottiglia di vino chinato, sotto il braccio; ne gustai un po'... faceva freddo, avevo una divisa leggera, per di più ero disarmato e nessun segno mi distingueva dagli ufficiali combattenti.
Ero nella compagnia autocarrata che nel gennaio '45 saltò su un campo minato a Prevalo: ero nel primo autocarro: mi trovai scaraventato fuori, a sedere in terra stordito e contuso; per fortuna la mina era stata mal preparata; sul camion che seguiva ci furono morti e feriti.
Il sergente Lorenzi
  Nel febbraio del '45 sulle colline di Vittorio Veneto in una scaramuccia, mi cadde ad un passto di distanza fulminato il sergente Lorenzi; si girò verso di me senza un lamento; lo abbracciai, er amorto. Dov'era il nemico? Si diceva fosse oltre la valle, si udivano i sibili dei proiettili che ci sfioravano. Quando ritornammo. davanti alla caserma stavano allineati alcuni cadaveri coi visi gonfi e deformati; tra di essi il Lorenzi.
Col Lupo al Po
  Quando passai al Lupo, ai primi di aprile del '45, Morelli mi congedò con parole di amicizia, disse che mi aveva presentato in termini lusinghieri. Feci le ultime visite al Valanga con un po' di triistezza: mi ero affezionato a quegli Alpini del mare e alle loro canzoni. Morelli mi accompagnò, col collega Maschi, dal maggiore medico Leonetti a Thiene.
A Marostica fui ricevuto cordialmente dagli ufficiali: ricordo Malanca, Bianchini, il dottor Sala, Palazzo, Rotella. Il mattino seguente mi presentai a De Martino e a Stripoli. Ricevetti le consegne dal collega Sala, che se ne andava. Trovai l'infermeria piena di ammalati; alcuni erano feriti. Il 12/4, approfittando di un camion che andava a Lonato, portai a casa a Carpenedolo, la mia roba. Partimmo il 21/4 all'improvviso, di sera, con l'equipaggiamento ancora incompleto; Marostica era imbandierata. Era abbastanza chiaro che la guerra era perduta. Tuttavia ci animava un grande entusiasmo; andavamo al fronte. Per questo, al Valanga mi invidiavano. Ci passò in rassegna Borghese che consegnò decorazioni; c'era, ricordo, anche Wolff. Ricordo il Gen. Corrado; partimmo con automezzi tedeschi. Il 22 arrivammo a Rovigo bombardata. In macchina raggiunsi Adria mentre i caccia sfrecciavano in cielo. Al rapporto ufficiali, un tenente tedesco spiegò che dovevamo schierarci lungo il Po per sei chilometri. Il 24 le compagnie erano in linea. Ricordo il passaggio del Barbarigo e degli N. P. laceri, seguiti dal Colleoni col materiale pesante. C'erano anche alcuni tedeschi isolati. Incontrai il collega Bernasconi. Sul greto solamente un battaglione turcomanno alla nostra sinistra. Arrivò a pezzi il comando del reggimento: Trettene e Feliziani del Barbarigo; la crocerossa degli N. P. con le ausiliarie. Dormii in ospedale. Incontrai Rauti davanti alla caserma, Manigrasso. Aiutammo una famiglia a sfollare con i nostri mezzi; le case erano piene di sfollati. Sul litorale deserto apprestammo il pronto soccorso in una casupola, issando una grande croce rossa sul tetto. Mi assisteva il cappellano Don Bruno. Arrivarono le cannonate degli inglesi.
La ritirata
  Suyl vespro incominciammo la ritirata. Cinque della terza compagnia giacevano uccisi sull'argine. Alle 24 riattraversammo Adria. Tappa a Orticello, dove pernottammo in una cascina. Sveglia precipitosa. Sotto gli aerei, lungo i fossi, per i campi. Qualcuno rispondeva alle mitraglie coi fucili. Alle 10 a Fasano Polesine in una villa abbandonata. Picchiata di un velivolo: ferito Costanzo. Berti precedeva coi carri. Marciavo con lo zaino sulle spalle contenente il pronto soccorso, nel caos dei bombardamenti e della fuga dei tedeschi; file di camion ci sorpassavno pieni di tedeschi: nessuno ci raccolse. I caccia picchiavano sui convogli che bruciavano e buttavano manifesti. Soccorsi alcuni feriti in un cascinale: c'erano una ragazza terrorizzata e un uomo ferito in una buca. Con Stripoli cercammo un traghetto sull'Adige: camminammo per parecchi chilometri sotto la pioggia; falò e distruzioni. Il traghetto era occupato. Ritornammo verso Cavarzere. Persi di vista Don Bruno. Tutta la notte sotto la pioggia con Palazzo e Marchesi: si parlava delle armi nuove...
Cavarzere apparve distrutta all'alba.
Attraversammo il ponte. Il 27, dopo una tappa in un cascinale, proseguimmo verso Rottarnuove: sparatorie di partigiani; presi posto sul carro munizioni; alle 23 giungemmo a Conselve. Anche qui pernottai con Bibbio, Guidetti e Caprilli in una casa abbandonata. Il 28 alle ore 12 giungemmo ad Albignasego. Ci passavno davanti colonne interminabili di tedeschi, a piedi, disarmati e rassegnati, che guardavamo increduli; era proprio la fine. Durante la sosta, dovuta alle trattative in corso con i partigiani, entrai con Dettoni in una casa, dove una buona donna ci regalò abiti borghesi del figlio lontano in guerra. Sui binari del treno giacevano due cadaveri.
La resa
  A Padova si sparava. Alle 21 arrivarono gli inglesi e mandarono un parlamentare. La resa. Ci ammassammo in un campo. Parlarono De Giacomo, un ufficiale inglese, un capo partigiano. Ci si arrendeva con l'onore delle armi: dal campo salì un coro solo: "Decima, Viva l'Italia!"
Marinetti e Franchinet li persi di vista. Nel cielo di Padova sfrecciavano i bengala. L'abito borghese lo regalai: non mi apparve giusto abbandonare i miei soldati; ricordai che ero venuto al Lupo in seguito alla diserzione di un collega sul fronte del Senio.
Il 29 alle ore 6, accompagnati dai partigiani, entravamo in Padova: pioviggimava, qualcuno cantava. Alle finestre si affacciavano i curiosi. Passammo accanto a colonne interminabili di qualcosa che portavamo addosso: così partì la mia pistola; l'avevo avuta da pochi giorni senza mai usarla, se non contro una bomba a mano rimasta senza sicura. Tuttavia il furto mi turbò. Più tardi partirono cinturone e mimetica, non ricordo ad opera di chi. Nella caserma Muti fummo ammassati in un cortile e disarmati. Gli ufficiali tedeschi sostavano raggruppati e silenziosi al centro, subendo le escandescenze di alcuni scalmanati.
Noi fummo lasciati in pace, sebbene ogni tanto ci si minacciasse di esecuzioni in massa. Sulla piazza si udiva rumoreggiare la folla. Ad un certo punto parvero dimenticarsi di noi, ci mescolammo ai curiosi; alcuni però entravano e uscivano accompagnati  da ragazzini, in cerca di qualcosa da mangiare. Il 30 era domenica: assistemmo alla messa di Don Pietro. Arrivarono delle cannonate in cortile facendo delle vittime tra i tedeschi. Rientrarono alcuni marò che erano fuggiti. Un capitano inglese ci passò in rivista, in italiano interrogò Stripoli il quale salutò col braccio teso; interrogò anche un'ausiliaria sul perché avesse fatto la guerra: lei rispose: "Perché non la fanno gli uomini!"
Consegnati agli inglesi
  Alle ore 17 nello stadio Appiani fummo consegnati agli inglesi, le ausiliarie vennero trattenute. Sentimmo le campane suonare a distesa. Passammo la notte all'addiaccio; accendemmo falò. Il 1 maggio partimmo coi camion. Dopo una sosta a Polesella, dove ci separarono dal Barbarigo, arrivammo a Forlì.
A Forlì
Fui chiuso in una baracca insieme a moltissimi ufficiali tedeschi: passai la notte rannicchiato contro la parete, avendo la schiena di un grosso tedesco schiacciata contro le mie gambe.
Subimmo la conta in mezzo al fango, al lume di torce. Il nostro essere italiani suscitava stupore. Il 2 maggio partimmo per Palombina in carro bestiame; sulle strade era una fioritura di fazzoletti rossi.
A Palombina
Il 3 giungemmo a Palombina e con una marcia di 5 km al "POW overseas". Con Don Bruno condivisi una tenda a due posti piantata su una pozzanghera; le notizie si susseguivano: l'uccisione del Duce, la cessazione delle ostilità in Germania, la morte di Hitler. Avevamo un capocampotedesco e un medico tedesco , tutt'altro che cortese. Le conte si susseguivano. Il mare era a poca distanza; ogni tanto scoppiavano litigi per il rancio, l'acqua scarseggiava. La truppa commerciava con i contadini: orologi, sigarette, in cambio di pane; qualcuno pagò il pane 2000 lire (di allora), i marò si giocavano i soldi. Medicai qualche scalfittura, scrissi a casa... Il 6 un marò fuggito venne ripreso. Sperimentavamo il nostro inglese approssimativo con le sentinelle: una ci rivelò di essere stata prigioniera in Italia prima dell'8 settembre. "Stasera parlerà Churcill"; in Italia si prospettava un protettorato americano. Prendevamo il sole. All'orizzonte apparvero dei razzi: era la pace. I marò cantavano nella sera. Il 9 apparvero dei prigionieri cecoslovacchi accompagnati dai loro medici. Ecco ritornare tra di noi Franquinet, in borghese. Ecco arrivare il Barbarigo da Polesella: ecco Taiana bravo ragazzo, e Bernasconi: erano sudicissimi; con loro un monello rastrellato dagli inglesi.
Ad Afragola
  Il 10 si ripartì; per strada incontrammo prigionieri tedeschi, cantando risalimmo sul carro bestiame e l'11 arrivammo ad Afragola, trovandovi una popolazione amica e cordiale che ci inseguiva per la strada incitandoci a scappare. Fummo sottoposti a doccia e a disinfestazione. Eravamo pieni di pidocchi. Mi trovai in tenda con alcuni ufficiali del Barbarigo: il collega Bernasconi, Settembre, Giorgi, Grosso, Pallastrelli, Chiellini, Gandin, Mazzetti, Pasotti, Taiana, dormendo sulla nuda terra che scavavamo modellando la fossa sulla nostra forma. In Italia il governo Cadorna. Franquinet cucinava. Ricordo una partita di calcio contro gli austriaci: gli staff inglesi tifavano per noi. Un giorno ci inondarono di dentifrici (ne ricordo ancora il profumo: dava un senso di agiatezza...) ma di spazzolini neamche l'ombra: forse li considerarono un supplemento rancio. Usammo le dita: a noi andava bene lo stesso. Lessi "Quo vadis", giocai a ramino, presi lezioni di inglese. Il collega Bernasconi si ammalò ed ebbe una crisi allergica da aspirina. Non fu cosa facile, ma riuscimmo a farlo ricoverare in infermeria. Quando si chiedeva qualcosa alle sentinelle, rispondevano invariabilmente: "To morrow" (domani); "Quando si va a casa?" - "To morrow"; "Quando viene il medico?" - "To morrow";  usavano un linguaggio conciso... quando volevano esprimere un particolare interessamento verso l'interlocutore, esclamavano "Focking" "To morrow, focking".
Palmieri si fratturò un polso: benché ricoverato lasciò l'ospedale per ritornare con noi "perché la Decima si ricostituisse". Arrivarono prigionieri francesi con la bandiera in testa. In un tendone alcuni, tra cui Marchesi e Franquinet, organizzarono rappresentazioni di varietà col concorso della truppa. Medicai Di Giacomo, Mazzanti, feci ricoverare Guidetti per un'ernia.
Il pittore Buzzoni
  Ricordo il pittore Buzzoni. Bibbio fu trasferito in un altro campo. Mazzetta si ruppe il naso. Si commerciava e ci si prendeva a pugni con gli austriaci vicini. Il 2 giugno subimmo una ennesima conta alle 3 di notte: Nogara e De Gregori intonarono "Giovinezza": si ripartiva questa volta per Taranto.
A Taranto
  Sul carro bestiame ermeticamente chiuso, la mancanza d'aria, il caldo, la sete, la sporcizia, i bidoni in cui eravamo costretti a depositare i nostri rifiuti, lo stato di tensione in cui ci si trovava creavano un fermento fra di noi, un malessere. Alcuni riuscirono a fuggire calandosi dal treno in corsa. Alle ore 18 del 4 giugno giungemmo a Taranto.

Ad Algeri
Alle 17 dell'8 ci imbarcammo sulla "Duchess of Richmond"; il 10 giungemmo ad Algeri e l'11 al 211 POW camp.
Qui trovai il collega fuggito al Senio: ci aveva preceduto: era un tipo pieno di risorse. Dopo qualche giorno, stanco di quella vita cercò di convincere me e Bernasconi a chiedere insieme con lui di essere assunti presso l'ospedale militare di Algeri, qualificandoci come specialisti, perché, diceva, in quell'ospedale c'era bisogno di specialisti.
Quella notte a Padova mi ricordai di mio fratello prigioniero da lunghi anni in India e mi parve giusto seguire la sua sorte. Scrissi in fretta un saluto a casa, in un cascinale dove, insieme con una fetta di polenta, potei rimediare un foglio di carta, affidai il biglietto ai contadini... e recentemente, dopo 40 anni, tra le carte di mia mamma, l'ho ritrovato quel biglietto: era dunque arrivato nonostante il caos di quei giorni.
Ritornando a Don Bruno, quando ci raggiunse la notizia che gli inglesi erano entrati a Verona,  mi sentii annientato: ero tagliato fuori dai miei. Don Bruno mi rincuorò.
Don Bruno
Sperimentai quanto sia preziosa la parola di un amico in certe circostanze.
Quando fummo al 211, la sera ci si teneva compagnia passeggiando prima del ritiro in tenda. In quelle ore l'animo si rasserenava. Ricordo la sera della vigilia di Natale: canti si alzarono dai campi della truppa; gli ufficiali accorsero alla siepe divisoria e risposero "Oh mia bela Madunnina..!" , lombardi e romani tutti insieme. Eravamo tutti commossi. Demmo a Graziani un album con le nostre firme. A mezzanotte assistemmo alla messa; avevamo avuto un supplemento alla cena, confortata da due lumini. Giocammo a bridge con carte nuove. Dragonetti era malinconico. A Natale avemmo del vino. Il 28 fu ripreso Franquinet. Il 4.1.46 passai al campo E: trovai Leonardi in infermeria; feci le vaccinazioni essendo aiutato dall'infermiere Perusco. Di questi conservo un biglietto che mi inviò dal suo campo, mentre eravamo a taranto, di ritorno dall'Africa: mi chiedeva scusa perché non era venuto di persona a parlarmi; si trovava in branda "con una debolezza che non poteva nemmeno muoversi dalla tenda". Mi chiedeva di farlo venire a lavorare nel mio campo con me... "tanto qui non si vede nessuna via di uscita".
Il 2.2 partì Marcucci: ne provai dispiacere: era uno dei due capitani medici: allegro, scanzonato con una gran barba, paterno. L'altro era Montanari, più austero.
Ritornai al C. Il 5 ritornai all'E dov'erano ospitati gli ultimi 30 cooperatori. Il 7 all'L: visita igienica. Consegnammo le coperte, spiantammo le tende. Quando ci avviammo all'imbarco il 7.2.1946 per ritornare in patria, a Don Bruno si sfasciò la valigia; egli si fermò per raccogliere gli oggetti caduti: il soldato inglese che ci accompagnava lo prese a calci.

Graziani
Con un calcio lo staff inglese aprì l'uscio della baracca che doveva ospitare Graziani, quando vi accompagnò il maresciallo, il 22.7.45; lo vidi bene perché la mia tenda era davanti alla baracca. Tutti i prigionieri avevano ricevuto l'ordine di stare in tenda ed avevamo atteso questo arrivo, annunciato dal col. Bassi, col cuore in gola. Eravamo 6 0 m7 medici, tra i quali due della Decima, il collega del barbarigo ed io. Un giorno gli inglesi ci incaricarono dell'assistenza sanitaria ai prigionieri e ci assegnarono degli steccati; io ne avevo due. Come ho detto, alternavo il C, il D, l'E secondo gli ordini degli inglesi.
Scoprimmo che uno del gruppo non era medico, forse era un infermiere; lo denunciammo al capitano medico inglese; quello sogghignò: "Fategli curare il maresciallo Graziani!"
Un giorno Graziani ci chiamò nella sua  baracca, Bernasconi e me; soffriva di coliche epatiche e ci chiese consigli. Stava rincantucciato sul fondo, possente e fiero come un leone ferito.
All'ora della conta, due volte al giorno, mentre noi si attendeva schierati sul piazzale, lo staff faceva capolino nella sua baracca, il quaderno e la matita in mano, per constatarne la presenza. Quando lo lasciammo solo ad Algeri, per ritornare in Patria, ci rivolse poche parole di saluto e di speranza. Eravamo tristi.
Ci pareva sovrastasse tutti, come da un'altura. Per ritornare al consulto, devo dire che il mio collega rispose in maniera brillante. Intanto continuava il processo a Pétain e Churchill veniva sostituito da Attle. Lo psedudo collega era stato sottoposto a un esame sommario di cultura medica senza soddisfarci: glielo dicemmo; reagì in maniera strana; di sera, in branda, si faceva cogliere da crisi isteriche impresionati, compreso il classico arco isterico. Un altro ci aveva parimenti lasciato forti dubbi; si ritirò in maniera più elegante. Il 5 dell'8/1945 assistemmo a nuovi arrivi da Taranto. L'8 fummo informati dell'atomica di Hiroscima, della dichiarazione di guerra al Giappone da parte della Russia, il 10 apprendemmo dallo staff la fine della guerra anche sul pacifico. Il 15 il Giappone era vinto. Il 16 Tortosa mi avvisò di aver visto Danesi nel campo D.
Il 28/8, al D ci furono nuovi arrivi (da Creta e da Rodi); il 29 presi servizio pure al D. Il 27.9 il D perse lo staff "buono": era un maestro, col viso da vecchio e un fucilone più grande di lui: ci trattò da amico e ci lasciò da amico. Tornava a casa: invano cercai dietro quegli occhiali un sorriso.
La vita al campo per noi medici quando potemmo lavorare, fu abbastanza sopportabile: l'attività ci giovava. Frequentando la truppa portavamo loro il ricordo e il saluto degli ufficiali, e a costoro portavamo sigarette e biglietti dei soldati; infatti le sigarette agli ufficiali non venivano concesse.
The calabbose
  Io fui beccato una prima volta da Mister Reid, la seconda venni arrestato, processato e condannato a 28 giorni di prigione: "Twentyeight days of calaboose" bofonciò il colonnello inglese burbero; l'interprete tradusse, rimasi sull'attenti, il basco era volato via, all'atto dell'ingresso in tribunale, prelevato da un solerte guardiano; preceduto e seguito da altri due, feci dietro front ed uscii: eravamo a metà novembre.
Avevo un lascia-passare per i campi, previa parola d'onore di non scappare e di non fare atti che pregiudicassero l'impero britannico ed i suoi alleati; forse le sigarette ed i biglietti di saluto rientravano in quegli atti.
Dopo il processo fui chiuso in un recinto in mezzo allo steccato ufficiali, finché un giorno, avendo marcato visita presso il collega inglese, uno spirlungone un po' curvo, con occhiali cerchiati di nero e baffetti, dai modi composto e la voce bassa, non fui ricoverato presso un'infermeria, una grossa tenda, credo in località Alba, che ospitava un campionario di militari: dagli inglesi ai collaboratori, a noi; era perciò fornita di conforti inusitati; veri letti invece delle brande e delle buche nella nuda terra cui eravamo abituati, e c'erano viveri in abbondanza; armadi pieni di ogni ben di Dio, collane di polli già spennati in attesa del cuoco per i tradizionali cinque pasti degli inglesi: a mezzanotte il minestrone! Mi parve di essere entrato nel regno di Bengodi. Accanto al mio letto, c'era quello di un collaboratore, un certo Valentino, che al mio risveglio mi offerse del curacao; era stato catturato dai francesi, che, diceva, l'avevano obbligato a marciare sulle nostre bandiere stese in terra.
Un mio ragazzo, che veniva dal campo come me, si ingozzò tanto che per poco non ne morì. Il 29.11 fui dimesso e ritornai in gabbia. Evasero ancora Minelli, Tortosa, Spioga, Vitale, Rauti, ma vennero ripresi. Eravamo già in tempo di pace; perché gli inglesi ci trattavano così?
Noi fungevamo da smaltitori dei loro avanzi di magazzino; ricordo che per qualche tempo mangiammo prevalentemente piselli. Alla sera, quando non si trovava altro, iniziavamo un vivace mercato con gli arabi; buttavamo loro le scarpe, il vestiario, in cambio di pagnotte e di sigarette; ogni oggetto aveva un prezzo ufficiale. Una sera ammirammo moltissimo un camerata che era riuscito a fare buttare un fiasco di tuorli d'uova e di alcool; chissà cosa aveva dato in cambio, si prospettava una baldoria per tutti...
  Il campo di punizione
  Poi gli inglesi  ci passavno in rivista, trasferivano i colpevoli miserevolmente nudi, nel campo di punizione, dove giganteschi guardiani li prendevano in custodia, li facevano correre sino all'esaurmento a suon di bastonate, confortandoli poi con vigorosi lanci d'acqua.
Dopo molte settimane di rieducazione, li rivestivano, li rispedivano al campo, dove ricominciava il mercato con gli arabi. Queste furono le prime lezioni di democrazia e di civiltà che ci impartirono. Un giorno noi medici facemmo un esposto alla Croce Rossa Internazionale: denunciammo le condizioni sanitarie del 211 POW camp. L'esposto portava il visto del capocamoi steccato ufficiali, maggiore Gualtiero Plisca, ed era firmato dai capitani medici Marcucci Guido e Montanari Nicola, dai tenenti medici Francois Enrico e Ferrari Ugo, dai sottotenenti medici Mussato Enricoi e Bernasconi Emilio. A parte noi della Decima, gli altri provenivano: uno dalle Brigate Nere, altri dall'esercito regolare (due erano stati a Creta e Rodi).
Dell'esposto non sapemmo più nulla.
Nel gennaio del '73 ricevetti una lettera dalla vedova del maggiore Plisca, la quale aveva inoltrato alla Corte dei Conti una domanda di pensione in seguito alla morte del marito che attribuiva alle cattive condizioni sanitarie del 211; chiedeva a me, come agli altri firmatari del suddetto esposto, di dichiarare autentica la firma che vi avevamo messo. Acconsentii ben volentieri. Di recente ho telefonato alla signora che abita ad Udine: mi ha risposto gentilmente; solo nell'80 è riuscita a spuntarla e solo avendo riferito il nome del medico inglese che aveva curato suo marito nel campo di prigionia e avendo proposto di chiamarlo a testimoniare. Come pensione prende 140.000 lire al mese!
Tra i bresciani ricordo il Ten. Tortosa, Parodi, Danesi di Montichiari, Rossini di Verolanuova, Moroni di Bagnolo Mella.
Tra gli infermieri che ho avuto, ne ricordo uno, un certo Colonnello Domenico da Foggia, classe 1909, che poco dopo la liberazione mi inviò uno scritto pregandomi di attestare il servizio da lui svolto alle mie dipendenze.
Chiedo scusa a tutti gli altri, dei quali, se non ricordo il nome, ricordo l'entusiasmo, il senso del dovere, l'amicizia.
Il ritorno a Taranto
Quando rimpatriammo, nel febbraio del '46, fummo accolti dalla neve nel campo di Taranto. Qui ebbi l'incarico di occuparmi della salute degli ufficiali. Avevo un'infermeria in muratura, che divenne presto luogo di ritrovo per i camerati, e un infermiere tripolino: un negretto prigioniero da quasi tre anni. Purtroppo le condizioni igieniche del nuovo campo lasciavano pure esse a desiderare. Anche in questa occasione scrissi al comando inglese denunciando le deficienze rilevate.
Marino Marini
Conobbi e feci amicizia col maggiore Marino Marini, asso degli aerosiluratori, aveva otto medaglie d'argento, altre di bronzo, croce di guerra. Era di Castiglione delle Stiviere. Un suo fratello era prigioniero in India insieme col mio.
Quango gli inglesi ci passavno in rivista per la conta, l'unico che non si metteva mai sull'attenti e il cui atteggiamento veniva tollerato dagli inglesi, era Marini. Quando scoppiò la rivolta nel campo di Taranto, egli assunse il comando di questo, per incarico degli inglesi, e riportò la pace. Era corsa voce che alcuni nostri compagni erano stati presi a fucilate, essendosi avvicinati troppo ai reticolati, ma forse non era vero; gli animi erano arrivati a uno stato di esasperazione pericoloso. Gli inglesi avevano piazzato le mitragliatrici, mentre la massa dei prigionieri avanzava tumultuando verso i cancelli.
Riuscii a calmare a stento un ragazzo che era stato colto da una crisi di nervi terribile; gli regalai quanto potevo: qualche sigaretta, un po' di pane e soprattutto buone parole. Non ci si rendeva conto del perché non ci liberassero: ricordo la gioia, la meraviglia, il senso di riconoscenza con cui leggemmo i primi numero de "L'Uomo qualunque" di Giannini, che peroravano la nostra causa; erano le prime attestazioni di simpatia che ci venivano dalla Patria. Verso la fine marzo, noi bresciani ricevemmo un messaggio dal Vescovo Mons. Tredici di saluto, di benedizione, di auguri, insieme con alcuni pacchi, inviatici dalle nostre famiglie.
Un giorno il Maggiore ricevette la visita di due ufficialidell'aviazione; la sera mi comunicò che l'avrebbero processato e degradato: mi parlò senza astio, seppure con amarezza. In seguito fece il pilota civile presso un industriale; scomparve nel '59. Ritornato aviere semplice, non aveva più voluto ricorrere contro il grave provvedimento. D'altronde ripetuti tentativi, fatti in questo senso da colleghi ufficiali aviatori, anche dell'altra sponsa, non sortirono alcun effetto. Anni dopo anche il fratello, che in India aveva contratto una grave forma di reumatismo, morì.
Prima di vcenir dimesso, subii, come gli altri, un processo ad opera di una commissione interrogatrice istituita dal Comando Militare Territoriale di Bari.
Fummo dichiarati "liberabili" e mi fu fatto obbligo di presentarmi al Distretto militare di Brescia. Avevo ricevuto ad Algeri dal comando inglese una lettera di credito di 240 sterline, 13 scellini e 3 pence e mezzo. Avviai una pratica presso il distretto per il pagamento: non vidi più nulla. Gli inglesi mi rilasciarono anche una dichiarazione che "avevo praticato la mia professione in favore di italiani e di altri prigionbieri di guerra".
Fui rilasciato il 17.4.1946. Il 9.6. dello stesso morì mio padre per scompenso cardiaco, dopo mesi di letto, di sofferenze materiali e morali e di angoscia per i figli lontani. Era rimasto unico medico in un paese grosso e miserabile, servendosi di una "509" scassatissima che si avviava a manovella e di una bicicletta.
Era stato volontario nel 15-18 ed era invalido di guerra.
Nel settembre tornava a casa mio fratello, catturato ad Al Alamein, dopo anni di prigionia in un campo di non collaboratori.
Enrico Mussato