Indietro

Archivio

Home

Welle der Nacht (onda della notte)

"E' ancora là!,, I tre uomini, come ogni giorno, si fermarono sul piccolo spiazzo per accendere una sigaretta e gettare uno sguardo distratto sul paesello che, in basso, con la sua decina di casette sembrava stringersi attorno alla chiesa dal campanile da sempre incompiuto. Come ogni giorno, erano partiti presto, ancora notte, per recarsi al lavoro e ridiscendevano il sentiero da capre che serpenteggiava sui fianchi della collina e, come ogni giorno, appena arrivati sullo spiazzo, l'orologio in basso scoccò mezzogiorno. Adesso non osavano più salutare Salvatore. Da tre mesi lo ritrovavano sempre là, seduto su una pietra, con lo sguardo fisso su un muro semidiroccato. Nel suo vestito scuro, su cui il sole faceva luccicare granelli di polvere, ormai faceva parte del paesaggio e sembrava che le erbe stessero per coprirlo.
Da tre mesi Salvatore, sul far dell'alba, si recava al muro e là, seduto sulla pietra, trascorreva l'intero giorno nella contemplazione di quel muro, tutto ciò che restava della casa dei suoi genitori. Non l'aveva mai amata, quella sua casa, che pur riemergeva dal fondo della memoria come la nota d'una canzone d'infanzia, nelle seredi nostalgia, quand'era in Germania. Salvatore era emigrato a vent'anni in Germania alla ricerca d'un lavoro. Dapprima tutto gli era sembrato ostile, ma giorno dopo giorno si era fatto voler bene dai suoi camerati tedeschi che presero a considerarlo come uno dei loro. Dopo qualche anno, Maddalena l'aveva raggiunto ed anche lei si era abituata alla vita tedesca, si faceva ben comprendere anche se parlava sempre il suo dialetto con i figli a casa.
Il benessere
Salvatore era un buon operaio, apprezzato dai superiori e amato dai suoi compagni. La mattina partiva presto e ritornava stanco la sera, ma si sforzava a cena, l'unico pasto che la famiglia prendeva insieme, di prestare attenzione a quello che raccontavano i figli e, per qualche tempo, alle rimostranze nostalgiche di Maddalena. Era un buon operaio, un uomo serio, che lavorava sodo per sé e la sua famiglia senza crearsi problemi, senza troppo preoccuparsi degli altri. Un buon lavoratore: casa e lavoro, lavoro e casa. L’anno in cui vi fu un netto miglioramento nel suo bollettino di paga, con Maddalena decisero di fare un viaggio in Italia. Com'era orgoglioso al volante della sua macchina con Maddalena allato che si estasiava in uno scoppio di grida sonore davanti ai paesaggi. I figli sul sedile posteriore avevano i piedi poggiati su scatoloni colmi di tante cose inutili, che avevano preparato per il viaggio e che poi abbandonarono in un sacco per i rifiuti sul parcheggio di un'autostrada. Com'era fiero Salvatore di passeggiare per i vicoli del suo paese, salutando a destra e a sinistra. Presero così l'abitudine di ritornare un mese al paese e lo trascorrevano dai genitori di Maddalena. Un'estate decisero di comprare un terreno per costruirvi una casetta. Fu l’occasione della prima disputa. Salvatore voleva una casettina nei pressi della città; Maddalena, sostenuta dai genitori e soprattutto dalla madre, la voleva al paese. Una settimana prima della partenza si recarono dal notaio per l'acquisto di un terreno al paese. Maddalena corse subito ad annunciare la notizia ai genitori, Salvatore si attardò sulla piazza, presso il parapetto che dominava la campagna digradante a terrazzini verso il mare, e sembrava fissare un punto impreciso alla lontana. Concettina gli prese la mano, il padre le sorrise e, mano nella mano, rientrarono in casa dove era già stata stappata una bottiglia che conservavano da tempo per un'occasione di festa. Finalmente un'estate poterono dormire in casa propria e quel mese sembrò che passasse troppo in fretta rendendo più triste il ritorno.
Il  licenziamento
Gli anni si susseguivano e si rassomigliavano: Salvatore casa e lavoro, Maddalena casa e spesa, i figli casa e scuola. Salvatore si sentiva quasi un tedesco ed era grato a quella nazione che gli assicurava un lavoro e permetteva ai figli di frequentare la scuola. A volte accarezzava il pensiero di restarci per sempre, ma Maddalena da qualche anno sentiva sempre più forte la nostalgia del suo paese e c'erano giorni in cui diveniva una megera. Poi si calmava, ne sorrideva, ma in fondo non aspettava che il giorno in cui Salvatore sarebbe andato in pensione.
Ed arrivò la lettera di licenziamento.
Salvatore aveva avvertito già da tempo i segni della crisi, ma non si sentiva coinvolto, anche se si rendeva conto che i camerati tedeschi lo guardavano con un'ostilità che andava crescendo di giorno in giorno. Quando il capo del persopale gli notificò il licenziamento, non seppe dir altro "quasi vent' anni... vent'anni,,.
"Non posso farci niente,, - gli disse il capo del personale - "ormai anche in Germania c'è appena lavoro per i tedeschi,,.
Maddalena non ne fece una tragedia, anzi, in fondo in fondo, ne era quasi contenta, sarebbero finalmente rientrati al paese. I figli si guardarono sbalorditi, ma non dissero nulla. Prima di partire, Salvatore volle salutare i suoi compagni di lavoro che, per l'occasione, ritrovarono il calore e l'amicizia d'un tempo. La nostalgia spinse Salvatore a recarsi al suo reparto per rivedere il posto che aveva occupato per tanti e tanti anni. A quel posto c'era un turco. Salvatore lo guardò e corse subito dal capo del personale.
- Ma allora? -
- Allora che cosa? -
- Tutta la sua cantilena sulla disoccupazione degli operai tedeschi… non è un tedesco che occupa il posto mio, è un turco!
Il capo del personale sospirò e in uno slancio di tenerezza alla tedesca prese Salvatore sottobraccio: "Hai ragione. Ma tu sei italiano, d'una nazione membro della CEE; voi italiani avete dei diritti, siete protetti. E' giusto, è umano, ma costa troppo ai padroni. E così, al primo segno di burrasca, piazza pulita. Un turco ha preso il tuo posto, sì è vero, ma quel turco costa molto meno di te ai padroni. Ciao, Salvatore, e buona fortuna,,.
Rientrato a casa, Salvatore disse a Maddalena: "M'hanno licenziato perché la CEE mi proteggge" e lo avrebbe anche gridato in faccia al doganiere se Maddalena non glielo avesse impedito.
La casa al paese era quasi vuota, ma ben presto arrivò il camion dalla Germania e, stranamente, la disposizione dei mobili ricordava quella del loro appartamento in Germania e tutto sembrava ritrovare facilmente il suo posto. Solo la cucina restò vuota. Tutti gli utensili, i "gadgets" che fanno la felicità della donna di casa moderna, erano inutili: al paese non c'era corrente elettrica. La linea era stata interrotta a qualche chilometro e, nonostante gli sforzi del sindaco, non era mai stata prolungata. Sistemarono tutto in un interrato, coprendo ogni oggetto di plastica trasparente.
Salvatore si mise alla ricerca d'un lavoro. Dapprima lo indirizzarono in un ufficio ove si presentò di lunedì
e dovette aspettare quasi tre ore. L'impiegato era occupato. Stava studiando il supplemento sportivo del quotidiano locale e verso le dieci e mezzo telefonò al bar di sotto per la solita tazzina di caffè con i colleghi, per commentare i risultati e criticare i giornalisti. Dopo le undici fece entrare Salvatore, sfogliò il dossier che questi aveva messo insieme con amore e trepida fiducia, poi lo guardò e cominciò: "Lei cerca lavoro. Qua tutti cercano lavoro. Se in Geramnia, paese ricco, non c'è più lavoro, come vuole che ce ne sia da noi? Lei è andato via vent'anni fa. In vent'anni le cose qua non sono tanto cambiate. C'è gente che cerca lavoro da anni ed è gente che non ci ha mai abbandonati. Lei avrà qualche economia, quindi, può aspettare. In ogni modo è sulla lista".
Non bisogna giudicare troppo severamente il tipo che parla così. Lui ha un lavoro e per averlo ha dovuto elemosinarlo a destra e a sinistra; forse avrà dovuto anche pagare. Sarebbe voluto partire, ma non ne ha avuto il coraggio o perché impegnato da qualche situazione familiare. Ha sempre invidiato, quindi, coloro che erano riusciti a partire, li ha, a volte, anche odiati, specialmente quando rientravano per le vacanze. No, non bisogna giudicarlo troppo severamente: è la vita!
Problemi e speranze
Maddalena fu più fortunata. Tramite un lontano parente trovò un posto di stiratrice al Grande Hotel dell'Olmo e dell'Oleandro. Ma il problema più grave furono i figli. Sapevano parlare soltanto tedesco e quel po' di dialetto che Maddalena aveva insegnato loro. Nessuno poi seppe consigliare una scuola in cui avrebbero potuto iscriverli. Comunque, Giuseppe decise di cercar lavoro; Concettina, quattordici anni, preferì occuparsi della casa; Ulrich, il più piccolo che portava il nome del capo del personale della fabbrica tedesca, il quale era stato il suo padrino, fu messo in una scuola religiosa dove però non si presentò mai, preferendo l'autorimessa d'uno dei suoi zii.
Un giorno Maddalena disse al marito: "Senti, Salvatore, qui non possiamo vivere. E' meglio che ci trasferiamo in città. Là potrai più facilmente cercar lavoro e sarà meglio anche per me e per i ragazzi". "Hai ragione!", rispose Salvatore e la moglie fu sorpresa da questa breve risposta e non comprese il lungo sguardo di Concettina posato su di lei.
Salvatore riprese le ricerche in città, ma tutti gli dicevano: "ci lasci il suo indirizzo", "alla prima occasione penserò a lei", "ah, se fosse venuto qualche giorno prima!" D'un tratto cominciò a non uscire più. Al mattino si alzava, si vestiva e si metteva seduto su una sedia e restava lì, immobile a guardarsi le mani poggiate col dorso sui ginocchi. Concettina che sfaccendava per la casa, di tanto in tanto lo chiamava, lui alzava la testa e le sorrideva. Consigliati dal medico di famiglia, lo condussero in una clinica dove un vecchio dottore ascoltò pazientemente ciò che Maddalena gli raccontava, ma sembrò prestare più attenzione alle parole di Concettina. Poi guardò Salvatore, seduto diritto sulla sedia, il capo leggermente chinato e lo sguardo fisso sulle sue mani aperte, poggiate col dorso sui ginocchi. "Venite", disse. Maddalena e Concettina lo seguirono, Salvatore restò assorto nella sua contemplazione. Dopo aver attraversato un lungo corridoio, giunsero a una finestra spalancata su un vasto giardino. "Guardate", disse il dottore. Seduti, chi su banchi chi su delle sedie, c'erano uomini assorti nella contemplazione delle loro mani aperte, poggiate col dorso sui ginocchi. "Sono venticinque qui. Il mio collega di T. ne ha una cinquantina. Ce ne sono dappertutto e rientrano da ogni angolo d'Europa. Noi non possiamo far niente per loro".
"Grazie, dottore!", rispose Concettina e si avviò verso lo studio ove Salvatore era sempre seduto sulla sedia. Concettina lo prese per la mano, il padre si lasciò condurre; Maddalena e Giuseppe seguivano ed insieme rientrarono a casa. Un giorno Salvatore uscì di casa e non rientrò. Concettina aspettò il ritorno del fratello e con la moto di questi si recarono al paese. Salvatore era in casa. "Figli miei, vi ho fatto paura, perdonatemi. Voglio restare qui, coltiverò il giardino. Voi verrete a trovarmi. Di tanto in tanto. Ditelo a vostra madre. E tu, Giuseppe, non fare fesserie.". Li strinse a sé e levò lo sguardo al cielo. Ma come era lontano il cielo!
Sul ritorno, Giuseppe cercò di consolare la sorella. “Non ti preoccupare, Tina. Adesso ho la motocicletta. Possiamo venire ogni sera”.
“Sì, Peppino. Ma segui il consiglio di papà. Non fare fesserie”.
“Sta senza pensieri. Siamo protetti”.
Una notte Concettina svegliò il fratello, “Vieni”. Arrivati al paese, Salvatore non era in casa. Giuseppe cominciò a chiamarlo, ma Concettina lo fece zittire. “So dov’è!”
Presero a salire per il sentiero di capre. “Chi te l’ha detto?” “I fratelli Sanna. Lo vedono sempre seduto su una pietra davanti al muro. Sembra che contro quel muro fosse addossato il suo letto, quand’era bambino”. Salvatore era là. Concettina lo prese per mano, lo condusse a casa e lo aiutò a mettersi a letto.
“Cosa facciamo, adesso?”
“Tu ritorna a casa. Io resto. Papà ha bisogno di me”.
“Ma sei pazza? Non puoi restar qui!”
“Sì, Giuseppe. Lui ha bisogno di me. Ma tu vieni quando puoi e dillo anche a Ulrich”.
Il fratello la baciò sulla fronte e partì singhiozzando. Ogni sera andava da sua sorella e Concettina gli raccontava la sua giornata. Al mattino, dopo la colazione, accompagnava il padre al muro, lo andava a riprendere a mezzogiorno e poi anche la sera per la cena e per metterlo a letto. Il padre le sorrideva soltanto,  sempre lo stesso sorriso. Anche Ulrich, che adesso si faceva chiamare Rico, andava ogni sabato sera e le portava frutta, cioccolattini e fotoromanzi. A seconda delle stagioni, chiacchieravano un’oretta o due sotto l’albicocco o sul terrazzino coperto. Una sera Giuseppe le disse: “Dove lavoro mi hanno spinto a prendere un certo tipo di assicurazione. Ho fatto il nome tuo come beneficiario. Se mi capita qualcosa, tutto è per te e per.. lui. Mamma vuole chiedere il divorzio. Dice che non può oiù vivere con un pazzo”.
“Cosa avverrà di noi?  Tu… eppure papà ti aveva detto di non fare fesserie, Rico…, Mamma…, e il nostro povero papà. Eravamo così uniti, così felici!”
“Non ti preocupare, Tina, non ti preoccupare. Penseremo noi, Rico ed io, a te e a papà. Guarda che bel tempo, guarda il colore delle foglie d’ulivo sotto la luna. C’è tanto silenzio e pur sembra di avvertire un continuo sussurro, un fiotto…”
“Weelle der Nacht”.
“Cosa?”
“Onda della notte”.
“Ma tu parli ancora tedesco? Dimentica sta maledetta lingua, dimenticala”.
“Non gridare, ti prego, non gridare. Tu sai bene che le parole più dolci noi le conosciamo soltanto in tedesco”.
“Non piangere, Tina. Scusami”.
Baciò sulla fronte la sorella e partì di corsa.
Concettina restò seduta sotto l’albicocco e solo quando non udì più il rumore della motocicletta rientrò. Spense la candela e si mise sul letto, gli occhi fissi al soffitto. Per addormentarsi cominciò a recitare un “minne’sang” che un vicino di casa in Germania, un vecchio professore, le faceva sempre recitare. Ma lei non era mai riuscita a capirne del tutto il senso:
           Dû bist, ich bin dîn:
           des solt dû gewis sîn.
           du bist beslozzen
           in mînem herzen.
Aggrottò le sopracciglia e sembrò cercare nella memoria, ma si addormentò mentre lacrime continuavano a scorrerle sull’una e sull’altra tempia.
Giovanni Castagna