Napoli e la cultura
Stereotipi e pregiudizi
di Giovanni Castagna
Fra i tanti interventi (dibattiti, incontri, convegni, articoli) sulla Cultura e il Mezzogiorno, un articolo di Domenico Rea, "Vedi Napoli se sai", apparso su Il Mattino del 22 agosto 1982, ci è sembrato commovente e, allo stesso tempo, urtante. Sarà forse il proprio dei grandi scrittori, soprattutto di quelli che si amano, commuovere e urtare.
La commozione è suscitata dall'amore che Rea porta alla sua città e dalla profonda sua pena nel vederla ormai esclusa dal giro turistico italiano. Lo scrittore, come per cercare un lieve sollievo a questa sua pena, sembra quasi vada elemosinando attestati di benemerenza per Napoli presso personaggi che hanno, come denominatore comune, una cultura elevata e il successo, raggiunto e riconosciuto nonché materialmente visibile.
Tralasciando alcune dichiarazioni piuttosto gratuite e vacue ("Se crollasse Napoli, caro Rea, si accascerebbe l’Italia intera"), esaminiamo quelle di Sir Acton Harold e del poeta Mario Luzi che, d'altronde, lo scrittore sembra privilegiare e condividere.
La conclusione cui si giunge è la seguente: Napoli è esclusa dal giro turistico italiano a causa dell'incultura della massa "che fa soltanto e scrupolosamente quello che vogliono gli altri".
Stupendo capovolgimento che dovrebbe rendere noi tutti meridionali felicissimi, dato che siamo sempre considerati come "una massa passata improvvisamente dall' alfabetismo all'acculturazione radio-televisiva". Ecco, inoltre, tutti i problemi di Napoli d'incanto velati dall'incultura della massa turistica che non si estasia, anzi si rabbuia dinanzi a relitti d'epoche remote.
Il colmo della tristezza, secondo noi, non è tanto quell’esclamazione "Che schifo!", emessa da una ragazza "destinata (ma da chi? e per quale sua colpa originale?) un tempo a fare un lavoro servile" davanti ad un acquafrescaio, quanto piuttosto il fatto che, alla soglia del duemila, ci sia a Napoli ancora gente costretta a vivere facendo l'acquafrescaio, come ai tempi di Goethe che gridava "Che bello!".
Sir Acton e Luzi perpetuano, nelle loro dichiarazioni, una visione di Napoli e del Meridione che fu quella dei viaggiatori stranieri del Sei-Settecento. Visione e tematica del grand tour, per esempio e per non citare che gli Inglesi, di Burnet, Addison, Sharp, Berkeley e tanti altri, alla ricerca della Vergil 's Italy, i quali, chi più chi meno, hanno creato il mito del meridionale selvaggio, innocente, crudele, ignorante e felice, indolente e ozioso, anche se questo mito era già stato avvalorato dai reverendi padri gesuiti.
Sir Acton, dunque vorrebbe riproporre il giro turistico con Virgilio e i poeti greci sottobraccio, come nel tempo in cui "i turisti andavano a toccare con mano ciò che avevano imparato", secondo il modello dei viaggiatori inglesi del Settecento. Dal canto suo, il poeta Luzi ripropone l'altro lato, quello che possiamo definire di Goethe: l'avventura romantica, il contatto con "l'umanità tempestosa della gente o le articolazioni del popolare".
Come si vede, se cambiano i termini, non cambia l'analisi che si sviluppa secondo gli stessi schemi: Sud, sinonimo di antico, monumenti, natura esuberante del paesaggio e degli indigeni dall'indole buona e, allo stesso tempo, malvagia. Indole che si manifesta, da un lato, nell'indolenza, dall'altro, nel banditismo, oggi camorra. A questa conclusione è giunto, senza mezzi termini, Dominique Fernandez, il quale non ci chiama selvaggi, ma, bontà sua, ci definisce bambini felici. Bambini con gli stessi caratteri e tendenze che i viaggiatori stranieri scoprirono un tempo in noi selvaggi: sensibilità dilatata, passioni accese e elementari, ragione ridotta al minimo. Bambini, secondo Fernandez, che si divertono ad inventare il gelato, gli spaghetti, la pizza e lasciano che i milanesi si arricchiscano con queste loro invenzioni; bambini felici privi di ambizione ("Grazie, signora, ho già mangiato!"); bambini felici che si estasiano a tal punto davanti all' opera che esce dalle loro mani ch'ogni ritmo di produzione è impensabile nelle fabbriche del Sud, quindi meglio investire altrove. In ogni modo, selvaggi o bambini, felici positivamente o negativamente, siamo pur sempre gente da tener d'occhio, da tutelare e da educare.
Ma diciamo la verità, siamo proprio sicuri di non essere noi stessi a dare una tale immagine della città che amiamo? In un manuale cosiddetto di "civilisation", destinato agli studenti francesi "quatrième année d'Italien", i Napoletani vengono presentati in due brani tratti da "Così parlò Bellavista": Dottò, abbiamo preso la multa! e Il furto onesto, brani che avulsi dal contesto si prestano a interpretazioni piuttosto negative. Non poche volte ci è capitato di udire: "Per visitare Pompei abbiamo dovuto attraversare la tua Napoli, ma non ci siamo fermati, anzi, abbiamo chiuso i finestrini". Quasi sicuramente quei poveretti non l'attraverseranno più nel timore di vedere la loro macchina investita da "qualche ragazzino di bar, munito di vassoio con tazzine da caffè".
Con questo, si badi bene, non si vuole affermare che certi temi o motivi dovrebbero essere evitati: amiamo troppo la libertà. Vogliamo soltanto mettere in rilievo la facilità con la quale certi tipi descritti, spesso abnormi nel Meridione, vengano recepiti già come stereotipi e passino subito a pregiudizio. Non è la ragazza ''che ha in testa il mito promozionale del tutto compreso, (...) che pensa di trovarsi in India" a Napoli, ma è un pregiudizio questo ancorato nella classe intellettuale internazionale. Non a caso un inviato speciale del giornale Le Monde, alla ricerca dell'horror, può comodamente iniziare il suo "Voyage en Asie" dai sotterranei del cimitero di Poggioreale ove si spolpano i morti.
I pregiudizi, inoltre, sono talmente vivi e operanti che, alcuni anni fa, in un convegno sui problemi agricoli dei Paesi del Mercato Comune, quando gl'Italiani, dopo aver ascoltato l'analisi degli Scozzesi sulle loro difficoltà, dimostrarono ch'erano le stesse difficoltà che incontravano gli agricoltori del Mezzogiorno d'Italia, quei cari Scozzesi si ritennero offesi perché si era osato paragonare i loro problemi e quelli degli Italiani del Sud che, come si sa, sono indolenti e oziosi.
Pregiudizi talmente vivi e operanti che un Assuero diventa subito, per un lettore che abiti oltre Terracina, per esprimerci alla Fernandez, il genio meridionale, il meridionale per eccellenza, esemplare della società e della vita del Sud, in parole povere, d'un mondo a parte.
Ed è questo quello che urta nell'articolo di Rea, proprio questa tendenza a fare di Napoli e del Mezzogiorno, ancora una volta, anche se ora in nome della cultura, un universo a parte, abnorme, continuando l'antica menzogna dorata. Se poi anche noi meridionali cominciamo a condivedere una tale visione, tanto vale chiedere di divenire una zona privilegiata e protetta, una riserva, un parco nazionale, un giardino antropologico che, di tanto in tanto, gli altri verrebbero a visitare per dimenticare come la loro vita è quotidiana, pausa-premio nel loro continuo affannarsi. E noi, selvaggi o bambini felici, li
divertiremmo, rivicinandoli alla Natura e alla Cultura, scimmiottando fra monumenti, relitti d'antico, nei bagliori dei fuochi d'artificio, con accordi di mandolino e scoppi di lupara.