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Aspettando Godot...

Il Centro di via del Torrione /sezione-teatro/ ritorna sulla scena con un lavoro di Samuel Beckett, una riedizione di "En attendant Godot".
La regia è affidata al beckettiano Gennaro Zivelli, la scenografia è di Luigi Coppa puntuale e scrupoloso nei suoi appuntamenti con il teatro.
Il lavoro risulta di facile lettura e di immediata comunicazione, grazie anche all'intervento sul testo da parte del regista-attore Gennaro Zivelli. Egli è un appassionato del teatro di Beckett (ricordiamo che tale autore fu argomento della sua tesi di laurea, altresì probata, proprio nell'Istituto Orientale di Napoli, da una rappresentazione, coram professori e studenti, di "En attendant Godot"); dello stesso autore ha rappresentato con successo "L'ultimo nastro di Krapp", dove si è autodiretto.
Il testo
Vladimiro ed Estragone, per gli intimi Didi e Gogò, aspettano.... aspettano tutto, ma purtroppo non accade niente nella loro attesa che diventa eterna attesa. Fra i tanti, il problema principe è quello di come riempire la sacca esistenziale che con amorevole caparbietà si trascinano dietro ed ecco che si inventa il gioco. L'espediente ludico è certamente un pretesto per sentirsi vivi, se è vero come è vero che, ogniqualvolta vinti e sfiduciati, riprendono a sperare partendo da una scarpa o da una rapa aspettando Godot.
Le scaramucce piagnucolate, i loro esercizi ginnici, i loro ricordi legati a momenti retrospettivi, alla consapevolezza di essere un giorno nati, sono altrettanti appigli a cui aggrapparsi per non precipitare nel baratro della preagonica non-memoria.
Didi e Gogò restano là con i loro acciacchi, i loro piccoli quotidiani espedienti nella caparbia determinazione di dover continuare a vivere, di poter continuare a vivere anche in un paesaggio di asfissiante desolazione e rarefazione.
Quindi, i due non sono dei perdenti, non c'è in loro sconfitta ma volontà di sopravvivenza per cui si avvinghiano alla metafora Godot per esistere nonostante l'atomica, il napalm, la bomba al neutrone.
Nei due vagabondi-umanità non c'è l'idea del suicidio, la rinuncia alla lotta, ma volontà a continuare per essere magari stoici spettatori del loro dramma, della loro sconfitta.
Il messaggio è cristiano e non nella rassegnazione ma nonostante tutto nella speranza che qualcosa deve pur cambiare: "Ci impiccheremo domani. A meno che Godot non venga".
Didi e Gogò sono nella realtà, sono la realtà.
La finzione, il teatro è Pozzo e Lucky; sono loro 1'assurdo, il paradosso, l'esasperato nel gioco delle parti, in una antinomia di padre-padrone e di servo padrone. Pozzo-padrone continua, a dispetto della cecità (II atto) e la totale dipendenza-corda-cordone ombelicale-Lucky, a sentirsi tale, con tutti i residui borghesi del suo ruolo storico.
Lucky, robottizzato, memorizzato, computerizzato, prodotto in laboratorio ed informato al sistema, alla fine tira la corda dalla quale era strattonato e in lui non c’è ribellione, non c'è presa di coscienza; Lucky non è proletariato, non è la "classe".
La scenografia
Luigi Coppa si è soprattutto preoccupato di rendere il testo nella sua drammatica partitura. Ha preso dei pannelli, li ha rivestiti di cemento liquido-colore e rappresenta, proietta un deserto materico, corposo di desolazione.
Un lager nel quale si dibatte l'umanità sofferente coi piccoli ed i grandi problemi del quotidiano e dell'esistenziale.
La luce, discretamente diffusa, soffusa poi nello sfumato dell'ora crepuscolare, crea, col magico dell'approssimato e dell'indefinito, un senso di incertezza e di paura del "perché io", "perché qui".
Il polistirolo, prodotto sintetico di agghiacciante efficacia, non riempie i vuoti spaziali della scena, né quelli psicologici degli attori; anzi sottolinea con tragica determinazione l'angoscia drammatica dell'horror vacui.
L'unico elemento dinamico, vivo e riferimento spazio-temporale (alla fine metterà foglie) è l'albero; piovra tentacolare, impressionante nella sua proiezione scheletrica, eco monotona di linguaggio metastorico; l'albero rappresenta, significa l'interlocutore logico e psicologico per i due vagabondi-umanità.
L'albero è la croce sacrificale, il momento rigenerativo per l'intera umanità.
La regia
La verifica è nella regia, nel come Zivelli ha voluto rendere il lavoro perché si sviluppasse in tutta la sua drammatica forza tonale.
Il discorso assurdo, ripetitivo dei due vagabondi-umanità (complementari, l'uno sviluppo dell'altro, unico personaggio in due aspetti di un unico momento) cammina di pari passo con il loro dramma interiore-azione scenica; al di là di atteggiamenti clowneschi, esagerati nel linguaggio mimico e figurato, viene fuori l'umanità di Didi e Gogò nella paura che li attanaglia, nello smarrimento e nell'immediato ritrovarsi in un abbraccio dal sapore ancestrale, nell'assumere posizioni, fetali per un maggior senso di protezione e di intimità rassicuratrice.
Umanità che viene fuori ancora nella felicità di un minuetto mimato all'ombra di abiti clochardiani e con movenze da marionetta.
"Rieccomi qui, rieccoti qui, rieccoci qui" ed è la gestualità che diventa parola, significato.
Nell'impostare la regia si è dato molto spazio al movimento; gli attori sembrano quasi lottare contro la staticità della scena, del non-paesaggio. Essi sono tesi ad uscire fuori da quel viluppo di reti che tende a soffocarne la creatività, quindi l'azione.
Principia così un processo psicodrammatico affidato, come ricordavo, soprattutto alla gestualità, momento verità nel linguaggio registico per la mise en scène di questo 'Waiting for Godot' .

Gli attori
Pio Scippa veste i panni di Pozzo dandoci una caratterizzazione del personaggio abbastanza convincente.
La sua voce roca, talvolta strappata dal profondo delle viscere, sembra venire da lontano a ricordarci altri Pozzo, su altre scene e non necessariamente di teatro. Si muove con una certa disinvoltura a raccontarci il dramma, le angosce, la solitudine di padrone per vocazione, ma ancora l'arroganza, il disprezzo, l'opportunismo di chi tira la corda, ignorando che si può spezzare.
Massimo Zivelli è Lucky, balla, recita, gioca il ruolo del perdente. E riesce a comunicare che ciò che lo tiene in vita è un pezzo di corda e tanti piccoli transferresistori. I passi sulla scena, come il gesticolare delle braccia, lunghe quanto le gambe per la posizione pitecantropa assunta, esprimono in una mimica totale la sua condizione di sopravvissuto.
Estragone-Gogo-Gennaro Zivelli si sente a suo agio nel personaggio e si muove con padronanza, coprendo la scena, calcandola con piede sicuro di attore consumato. Alcuni preziosismi "tonali", vere e proprie delicatezze espressive, ci dicono che Zivelli dedica molta attenzione alla recitazione, al teatro.
Taki ritorna dopo anni di vacanza nei panni di Vladimiro-Didi ed è un ritorno felice per scelta di tempo.
Lo ricordo, per averlo seguito anche in altri lavori teatrali e posso dire che in questa occasione ha saputo dare una buona "estrinsecazione" del personaggio Didi; come dire di un processo di maturazione per una adesione più convinta al vissuto teatrale.
L'angioletto, calato dalle brume nordiche, teutonico e biondo, chiude il cast degli attori e risponde al nome di Daevid Preis.

Pietro Paolo Zivelli