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Garibaldi precursore dell'Europa unita

Due commemorazioni, in apparenza diverse tra loro, ci richiamano alle radici ideologiche dell'unità europea. Il quarantesimo anniversario del "Manifesto di Ventotene", che si è celebrato nell'Isola in ottobre; ed il centenario della morte di Giuseppe Garibaldi, che sta entrando nel vivo della solennizzazione.
Negli anni 1941 e 1942, un gruppo di confinati politici a Ventotene, per iniziativa e stimolo di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (1), "nella tristezza dell'inerzia forzata e nell'ansia della prossima liberazione", partendo dalla crisi della civiltà moderna, maturarono il concetto di unità europea, presupposto indispensabile per la riforma della società in senso democratico e liberale.
Ma il concetto di una "Confederazione europea" era già stato messo a punto con un "Memorandum del Dittatore Garibaldi alle Potenze d'Europa", pubblicato, per la prima volta, sul giornale "Libera Parola" del 20 ottobre 1860.
Garibaldi era giunto alla stesura del documento, non solo partendo dalle convinzioni in lui radicate che la libertà dei popoli andava difesa in ogni parte del Mondo (ed il suo soggiorno guerrigliero in Sud America ne era l'applicazione pratica), ma specialmente per tutto l'andamento della campagna nel Mezzogiorno, da Quarto al Volturno, da I Mille all'Esercito Meridionale. Oltre che dalle regioni d'Italia, da tutte le parti d'Europa, soprattutto dall'Ungheria e dalla Polonia, accorsero volontari ad accrescere l'esercito garibaldino, non certamente per spirito di avventura, ma stimolati dalla notoria intransigenza di Garibaldi contro ogni tirannide e dal suo continuo affermare che dalla liberazione dell'Italia sarebbe partita l'azione di riscatto di tutti gli oppressi d'Europa.
Pertanto, la presenza nelle sue file di volontari stranieri, di provenienza più diversa, rafforzò la convinzione del Generale che la soluzione di tutti i problemi sociali stava nel conseguimento dell'unità europea.
Il suo "Memorandum" iniziava con una analisi della situazione economica delle potenze europee, che erano costrette, per timore attuale o potenziale, a tenere in piedi un apparato bellico a tutto discapito delle riforme sociali. Ciò comportava uno stato perpetuo di tensioni e di violenza.
«Uno può infine chiedersi» -  scriveva il Generale - «perchè questo stato agitato e violento dell'Europa? Tutti parlano di civiltà e di progresso. A me sembra invece che, eccettuandone il lusso, non differiamo molto dai tempi primitivi, quando gli uomini si sbranavano fra loro per strapparsi una preda. Noi passiamo la nostra vita a minacciarci continuamente e reciprocamente, mentre in Europa la grande maggioranza - non solo della intelligenza ma degli uomini di buon senso - comprende perfettamente che potremmo passare la nostra povera vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di ostilità degli uni contro gli altri, e senza questa necessità, che sembra fatalmente imposta ai popoli da qualche nemico segreto ed invisibile dell'umanità, di uccidersi con tanta scienza e raffinatezza».
Sembra pressocché incredibile che queste espressioni possano essere uscite dalla penna di Garibaldi, appena dopo aver
conseguito vittorie militari che ancora oggi sanno di mitico.
Ma egli non era un guerrigliero a tutti i costi, come quasi tutta l'agiografia che si ferma alle soglie della seconda guerra mondiale ce l'ha voluto presentare, bensì un socialista pacifico e libertario.
In proposito è il caso di ricordare che, durante le accoglienze trionfali che gli tributarono gli inglesi a Londra nel 1864 in un discorso di ringraziamento disse; «io non sono di professione soldato, non mi aggrada la professione di soldato.
Mi feci soldato perché trovai i ladri in casa e mi armai per scacciarli».
Ritornando al "Memorandum", Garibaldi continuava la riflessione affermando che se l'Europa diventava un solo Stato, nessuno avrebbe osato molestarlo. E gli immensi capitali strappati alla miseria ed ai bisogni dei popoli, potevano essere investiti in uno sviluppo colossale dell'industria, nel miglioramento e nella realizzazione di opere pubbliche, nella costruzione di edifici pubblici e scuole, sia per creare occupazione sia per sottrarre le popolazioni più povere dal degrado e dall’abbrutimento che la prostituzione di se stesse alle classi privilegiate comportava, a causa della necessità del soddisfacimento dei loro bisogni vitali.
Continuava mettendo in risalto anche i sacrifici che alcuni regnanti democratici erano costretti a fare nel perseguire utili alleanze ai fini della propria sicurezza. Ma quale combinazione politica poteva essere più utile e duratura di una confederazione europea^.
A seguito di una disamina delle realtà storiche dell'epoca, Garibaldi si era convinto che alla Francia e all'lnghilterra, proprio per la loro solida congiuntura politica interna ed internazionale, toccava il compito storico di iniziare l'opera di aggregazione; a cui, man mano, si sarebbero unite le altre Nazioni europee.

Alla obiezione del come sarebbero stati impiegati i militari di terra e di mare dopo lo smantellamento degli eserciti e della marina militare, Garibaldi rispondeva: «sbarazzati dalle istituzioni gravose e nocive, lo spirito dei sovrani, non più preoccupato dalle ambizioni delle conquiste, della guerra e della distruzione, sarebbe invece risolto alla creazione di istituzioni utili». E con l'espansione dell'industria e «con la sicurezza del commercio, la marina mercantile reclamerà dalla marina militare sul momento tutta la parte attiva di essa; e la quantità incalcolabile di lavori creati dalla pace, dall'associazione, dalla sicurezza, ingoierebbe tutta questa popolazione armata, fosse anche il doppio di quella che è oggi».
Per Garibaldi sarebbero bastate poche milizie nazionali per la salvaguardia dell'ordine pubblico e per scoraggiare chiunque intendesse infrangere il patto europeo.
Concludeva il "Memorandum" con un appello accorato ai destinatari «a cui Dio confidò la santa missione di fare il bene, ed essi lo faranno certamente preferendo ad una grandezza falsa ed effimera, la vera grandezza: quella che ha la sua base nell'amore e nella riconoscenza dei popoli».
Ma il pensiero di Garibaldi sulla unità d'Europa non si fermò a mere enunciazioni di principio, ma divenne il sostrato ideologico sia dei suoi volontari sia di tutte le popolazioni oppresse. La solidarietà operativa dei garibaldini, e in termini di appoggio morale e politico, e in termini di appoggio militare, proiettava a dimensione europea quella idea di fratellanza umana nella uguaglianza, scopo primario della Europa unita.
Sarebbe troppo lungo descrivere gli innumerevoli proclami di Garibaldi a favore di popolazioni non italiane che combattevano per la libertà. Solo un accenno invece agli interventi militari dei garibaldini in Europa.
Quando nei primi mesi del 1863 la popolazione polacca si ribellò, ancora una volta, al dispotismo russo, un gruppo di volontari, guidati dal colonnello Francesco Nullo, accorse in suo aiuto.
Anche se la spedizione non ebbe quel successo militare sperato, il sangue dello stesso colonnello Nullo (il più bello dei Mille) e degli altri garibaldini, versato per la libertà della Polonia, doveva mettere un'altra importante pietra alla costruzione dell'edificio ideologico dell'Europa unita.
L'insurrezione dei greci in Creta, nel 1866-1867, diede una nuova occasione ai garibaldini di intervento internazionale: prima con un contingente di oltre 2.000 volontari, guidati dal maggiore Luciano Mereu; successivamente, a distanza di qualche mese, con un secondo gruppo, agli ordini di Andrea Sgarallino e Ricciotti Garibaldi, partecipavano con successo a scontri armati, dando un notevole contributo alla lotta di popolo.
Negli anni 1870 e 1871, Garibaldi intervenne personalmente con i suoi volontari per combattere a favore della giovane Repubblica Francese contro i Prussiani. Victor Hugo affermò in pieno Parlamento francese che Garibaldi era l’unico generale di quella campagna che non era stato mai sconfitto.
Altri importanti interventi dei garibaldini a carattere europeo, tra il 1875 e il 1878, furono quelli a sostegno delle rivolte popolari in Bosnia Erzegovina con la partecipazione alle brigate internazionali.
E' evidente che il "Memorandum" a favore dell'Europa unita divenne il presupposto ideologico di azioni concrete.
Per tutti i popoli oppressi il nome di Garibaldi era diventato sinonimo di riscatto. In ogni contrada d'Europa, dove la tensione contro l'oppressore aveva conquistato le masse popolari, risuonava il nome del Generale. Perfino i giovani che per istrada venivano redarguiti dai gendarmi per fatti i più diversi, li minacciavano paventando un imminente intervento di Garibaldi che avrebbe fatto giustizia.
Annotava Michele Bakunin che i contadini poveri della lontana Siberia speravano nell'arrivo di Garibaldi che li sollevasse dallo stato di servi della gleba. E quando qualcuno domandava loro - a volte anche ironicamente chi era Garibaldov, solevano rispondere: "Un grande capo, l’amico della povera gente, e verrà a liberarci". (2)

(1) Promotori ed autori del  "Manifesto Federalista di Ventotene". Ernesto Rossi (1897 - 1967). Casertano. Giornalista ed uomo politico. Per la sua attività antifascista fu costretto ad espatriare in Francia. Ritornato in Italia nel 1930 fu arrestato. Condannato a pena detentiva, fece nove anni di carcere e poi fu confinato a Ventotene. Autore di diversi saggi, fu Sottosegretario di Stato. Altiero Spinelli. Vivente. Nato a Roma nel 1907. In gioventù fu dirigente giovanile del P.C.I. Arrestato nel 1927 per la sua attività antifascista, fu relegato a Ventotene. Dopo la liberazione fondò nel mese di agosto 1943, il "Movimento Federalista Europeo". Ha scritto diverse opere di carattere europeistico; è stato componente della Commissione della CEE e fondatore e direttore dell’ "Istituto Affari Costituzionali". Nel 1968 fu chiamato da Pietro Nenni come suo consulente per gli affari europei. Nell'ottobre 1981 ha partecipato a Ventotene alla commemorazione del quarantesimo anniversario del manifesto federalista. Recentemente la Facoltà di Scienze Politiche dell'Univeisità di Padova gli ha conferito la laurea ad honorem.
(2) P.C. Masini :  "Storia degli Anarchici Italiani". Milano, 1974 pag. 9.
Nino d’Ambra