Luigi Coppa
Nello scorcio di questa estate che ha bruciato la terra, io "spigolatore del bello a spasso", come un po' mi autodefinisco con indulgenza, sono andato a bussare allo studio del pittore Luigi Coppa, sorpassando quel senso di esitazione che ho, in un primo momento, in presenza di un artista.
Coppa mi rinfranca subito e mi riceve col suo viso aperto, gli occhi lievemente ironici, come quelli di un bambino, quasi volesse chiedermi: - ma che viene a cercare qui, dopo tutto. -
Mi mostra tuttavia i suoi ultimi quadri, gli studi, i suoi schizzi: sono il frutto dei suoi più recenti viaggi dell'anno scorso. E naturalmente cado in piena Africa, in particolare in una parte per la quale è vivissimo l'interesse: il Magreb.
Qui mi ritrovo appieno, qui si è fermata la mia predilezione e l'interesse per questa terra, a penetrarla, a svelarla tanto è complessa e ricca di mistero.
Ad un dato momento l'artista fa il punto:
Che vuoi, l'Africa è in fondo me stesso!
Per un pittore che vive generalmente a Forio d'Ischia, è addirittura paradossale sentirsi parlare così, da due poli in certo senso diversi. Pur tuttavia egli continua :
L'ho nel sangue, è entrata nel mio mondo creativo, vi ritrovo la storia di questa terra inimmaginabile: la capisco e la amo.
Così vi fa vedere con piglio da maestro le sue folle vocianti, i suoi mercati "brulicanti" di colore, questa vita che ha mille aspetti inediti.
Il Coppa vi svela compiutamente questa terra che il padre, nel suo lavoro di "pioniere" africano, già aveva conosciuto in lunghi anni di permanenza.
Coppa, il figlio, ve la mostra dettagliatamente, zona per zona.
Quest'anno è toccato all'Algeria e Tunisia, tratteggiate a larghe linee, fino a darvi un panorama completo.
Qui i paesaggi hanno degli aspetti inverosimili per noi; forme umane dagli aspetti scultorei escono a luce fra spicchi di sole che cadono da case-marabutti inconsueti per il chiaro scuro che li formano in penombre malsicure, fra le chiazze di luce ed ombre che si susseguono rapidamente.
A placare tutto, ecco la figura del Muezzin con la sua voce che, man mano, si affievolisce nella cadenza estenuante della preghiera.
Poi l'esistenza originale riprende ad un tratto ad imporsi; ecco i lati della vita caratteristica: ondeggiano i larghi mantelli bianchi o neri, svolazzano pigramente; alcuni restano genuflessi, poi si alzano con una spinta, dopo la loro immobilità.
L'occhio avvertito disegna i piedi enormi, alla maniera di Mantegna.
I passi diventano pesanti, il tonfo del loro stiracchiarsi è impressionante, un tonfo che li cadenza. Tutta la folla è in moto.
I gruppi riprendono il loro cammino legati all'onda dei cammelli, che piegano il muso da un verso all'altro, pigramente.
E se questo segnale di marcia, rompendo tutti gli indugi che durano da secoli, echeggiasse ad un dato momento lacerante, come l'urlo di una vera tempesta che scuotesse la terra?
Le figure di Luigi Coppa lo fanno immaginare.
Ettore Settanni