Luigi Coppa pittore mediterraneo
"L'arabo dormente", che Luigi Coppa ha scelto, fra le opere esposte nella sua mostra personale, per farne riprodurre la massiccia immagine sulla copertina del catalogo, riassume, nella sapiente disposizione dei suoi volumi, nell'impeccabilità del suo corposo disegno, e, nel magistrale impasto e uso dei colori, l'alto livello tecnico raggiunto da questo artista, al traguardo di una feconda e generosa maturità.
Nato e vissuto nell'isola antica - vestita di verde e recinta di azzurro - che poteva renderlo schiavo della sua bellezza, Luigi Coppa ha percorso un lungo cammino obbedendo a una sua duplice legge: quella della ciclica ricerca di un evento espressivo che lo liberasse da ogni costrizione circostante; quella della travagliata traduzione in opere d'arte di questo evento che, nella sua fervida fantasia, si moltiplicava in immagini compiute e innumerevoli. Anche la ricerca di quello che abbiamo chiamato "evento espressivo" ha seguito due strade: quella del ritrovarlo per mezzo di una scelta interiore (le processioni stilizzate e primitive, i bambini-bambole ai confini del surreale); quella di andarlo a stanare lontano, in terra d'Africa. Una strada, quest'ultima, che si è rivelata dominante, come una passione-ossessione, portando il Coppa a percorrere, in lungo e in largo, i territori africani dai quali si sentiva attratto, attento e vorace, mai sazio di fissare, nei suoi quaderni, personaggi e scene, panorami e oggetti. Ne è venuto, così, fuori un tesoretto di spunti pittorici che alimentano inesaustamente la sua produzione. Ed ecco il primo ciclo delle figure e dei paesaggi dell'Africa nera (che persiste nel fondo di tutta l'attività riaffiorando negl'intervalli); ed ecco quello delle figure e dei paesaggi dell'Africa mediterranea: lo scorso anno, il Marocco; ora, l'Algeria e la Tunisia.
Ciascun ciclo con una sua inconfondibile individualità, che gli viene data non solo dal variare dei motivi, ma anche dall'adeguarsi a essi delle strutture e dei mezzi tecnici. Così, nelle opere di questa mostra, le ocre e le terre "d'ombra o bruciate" - talvolta in simbiosi con azzurri scuri come la notte - con la capacità che hanno di esaltare o annientare la luce, sono magistralmente usate per farci ritrovare quelle vibrazioni di calore e di luminosità che sono propri delle terre sulle quali incombe il deserto.
In una tale atmosfera, le persone e le località rievocate in questi quadri: potenti e quasi tridimensionali le prime, distese e articolate nei loro elementi, le seconde, sono cariche di tutti i significati che si possono decifrare nell'opera di un artista la cui interpretazione non si può limitare al piacere del primo impatto visivo. Così, ad esempio, in "Ghardaia", che ci presenta in una calda luce ambrata le sue tipiche case ordinate in righe quasi militaresche, con le loro coperture a volta estradossata, tutte dominate dall'alta imponente costruzione che si erge nel fondo (torre o moschea?) noi non vediamo soltanto una cittadina algerina, ma, per magia dell'arte che ha intuito un rapporto fra questi elementi, ritroviamo i riflessi di quel Magreb bellicoso che tanto concorre all'affermazione della potenza araba nella seconda metà del primo millennio.
Giuseppe Russo