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Eduard Bargheer
pittore scenografo attore nella "sua" Forio

Conobbi Eduardo sul finire degli anni '50; un tavolo con alcuni bicchieri "piccini e carini", una bottiglia di bianco, tanta atmosfera: il Bar Maria. La sua rumorosa presenza tra i tavoli era moti­vo di interesse per chi lo conosceva, di curiosità, talvolta di fastidio, per gli avventori occasionali. Una risata fragorosa era il suo biglietto da visita, un modo per suonare il campanello e subito Maria, il caro Tonino si precipitavano per accoglierlo al tavolo con un lungo acuto huuu...huuuu che tra­dotto voleva significare un caro saluto per l'amico e l'ospite di tante serate.... Don Eduardo.
Il tavolo di Bargheer era il più frequentato, doveva esserlo, e questo fatto era motivo di invidia per tanti altri costretti a consumare in solitudine la propria bibita e per di più sottoposti al martellante ruggito di Bargheer.
Ogni giorno quindi si ripeteva un cerimoniale che lo stesso pittore aveva formalizzato in precise regole.
Verso le 12.00, dopo 4 ore di lavoro nel suo studio, scendeva in piazza per recarsi all'ufficio po­stale e ritirare la corrispondenza; poi si fermava al Bar Maria per consumare un campari. Scambiava due chiacchiere con le persone che lo avvicinavano e che salutava con un roulante CARO, manifestando il grado di antipatia o simpatia giocando con la lunghezza o meno della vibrante liquida. Per cui vi era un CARO, un CARRO ed un CARRRISSIMO. Capace borsa di paglia sottobraccio si avviava poi per Via Torrione, ululando un Nannina che giungeva telegraficamente alle simpatiche ed amorevoli ristoratrici del Torrione pensione-ristorante, ma soprattutto la prima famiglia foriana di Bargheer.
I gatti non lo lasciavano mai, sciamavano tra i suoi piedi nell'attesa istintiva che Eduardo tirasse fuori dalla cesta una carta di giornale ben avvoltolata dalla quale estraeva lische di pesce, nervi di carne ed avanzi di formaggio, gioia e delizia di Carolina e compagne. Fu proprio Carolina che un giorno non accettando il solito sadico "te lo do ma quando dico io", si avventò graffiando dolorosamente il volto del pittore.

Bargheer nasce il giorno di Natale del lontano 1901 vicino ad Amburgo, a Finkenwerder.
Intorno ai ventanni inizia la sua attività di pittore; autodidatta, vince nel '25 una borsa di studio per un viaggio in Italia.
Nasce così un amore grande che si rinnoverà sempre con maggiore forza col trascorrere degli anni. Il contatto con l'isola d'Ischia
Nel 1935 soggiorna per la prima volta sulla nostra isola, ne viene catturato, affascinato si stabilisce a S. Angelo dove fa amicizia con il suo grande connazionale Werner Gilles.
Il '36 è un anno importante per Bargheer, quando co­nosce a Berna Paul Klee che studiava musica presso un suo prozio.
Tre anni dopo si trasferisce a Forio.

" Sopra tutto mi piacque il modo con cui parla­va di Ischia, dell'Epomeo, delle cave e delle grotte, dei pescatori e dei pastori, e degli dei agresti, che dividono con loro il pane e si riposano all'ombra dei fichi; di quel mondo di poveri, di solitudine e d'incanto, dove la bizzarra capra è regina, e il mare e la terra sono pieni di presenze invisibili, mescolate di continuo alle più piccole vicende quotidiane.
Eravamo in piena guerra, e questo giovane tede­sco pensava e parlava come se la ferocia, la divisione e l'assurda follia non esistessero e non lo toccas­sero: né si lagnava di quanto egli stesso ne avesse sofferto: ma pronto senza pregiudizi ai contatti umani (era con noi, allora, un suo amico carissimo, il vecchio valoroso pittore tedesco Rudolf Levy, che pochi mesi dopo i nazisti trucidarono in un ignoto campo di concentramento, viveva visibilmente in un mondo libero. Ischia era per lui il simbolo di questo mondo: si sentiva che quel suo entusiasmo e amore per l'isola era qualcosa di più della tradizionale passione degli uomini del Nord per le terre felici del Sud, per i Südfrüchte, per Mignon, per la luce abbagliante e colorata.
C'era una maggiore comprensione, una più vera amicizia per le cose e per gli uomini „.

Così Carlo Levi scriveva di Bargheer per una presenta­zione a catalogo nell'anno 1949, in occasione di una sua esposizione alla Galleria dell'Obelisco in Roma.
Sono anni difficili ed Eduardo era solito ricor­darli con una espressione molto eloquente quando diceva di "essere stato povero come un topo di chiesa".
Per le strade di Forio
Miseria e diffidenza lo accompagnavano per le strade di Forio.
Mi raccontava che le autorità del posto lo avevano segnalato come "spione"; solo i pescatori del molo, intenti a rattoppare le reti, curvi nel gioco di maglia, lo salutavano con un Don Eduardo che lo rinfrancava di tante amarezze.
Sono proprio i pescatori e i contadini di Ischia che dicono, come ricorda Levi: Questa pittura va bene, perché l'ha fatta Don Eduardo".
Il molo era un posto che egli, uomo nato sul mare, frequentava con assiduità, con i suoi pennelli ed il suo cavalletto.
"Pescatori con reti" fu un tema a lui caro, ricorrente in molti suoi lavori. Li conosceva tutti, i vecchi pescatori foriani, li salutava, facen­do ruotare la coppola, chiamandoli per nome, ri­volgendosi loro nel dialetto foriano.
Questo suo modo di fare, di inserirsi fra la gente del posto, produceva un comunicativo legame di affetto e di stima.
Quanti ritratti di vecchi e giovani pescatori, contadini, acquarellati con essenzialità, si possono oggi vedere nelle case foriane!
Acquarelli tirati fuori dai cassetti, finiti lì dove si conservava il pane ed i fichi secchi.
I foriani erano felici di farsi ritrarre, era un segno di rispetto e di attenzione che il germanese aveva avuto nei loro confronti ed accettavano quel foglio siglato Bargheer, lo portavano a casa ma poi finiva lì nel cassettone, a risparmiare il pane dalla umidità, sotto le maglie invecchiate dalla salsedine per distrarre le tarme.
Nel 1941 B. soggiorna a lungo a Firenze e per l'amico F. Kriegbaum esegue una serie di disegni relativi alla ricostruzione delle tombe Medicee.
Durante il soggiorno a Firenze, fa amicizia con Bernard Berenson che rivedrà a Forio negli anni '60, quando Berenson sarà ospite di Sir William Walton.
Al 1946 risalgono le prime illustrazioni perle "avventure di Pinocchio" di Carlo Collodi.
Nel 1948 partecipa alla Biennale di Venezia ed alla Quadriennale, dove la sua opera "Bagnanti" fu acquistata per la Galleria Nazionale d'Arte Mo­derna di Roma. Anche a Forio ci si accorge di lui e sempre nel '48 gli si conferisce la cittadinanza onoraria.
Nel '50, dopo ben dieci anni, torna in Germania da dove si era allontanato nel 1938, in quegli anni difficili che videro gli epuratori nazisti dichiarare degenerata la sua pittura e quindi bandita da musei e da esposizioni.
Gli anni '50 sono intensi per attività di lavoro e di successo.
Nel 1955 partecipa alla Documenta I di Kassel e nel 1956 riceve il primo incarico per un mosaico ad Ilamburg-Eilbek.
Molti i viaggi che effettua in questo periodo ed i puntuali ritorni a Forio sono momenti di in­tensa produzione.
Tutti concordano nel riconoscergli una rigida disciplina di lavoro, anche negli ultimi anni della sua vita, non derogava dai suoi impegni e non trascorreva giorno che non lavorasse.
Era solito dire, mostrando con orgoglio il suo anello al dito, di essersi sposato con la pittura, i quadri i suoi tanti figli sparsi per il mondo.

Al Bar Maria
Molti anni sono trascorsi da quando Don Eduardo girava per le strade di Forio pedalando la sua bicicletta, anche la moto è un ricordo men­tre la sua M.G. si ferma da Maria per il consueto campati; erano tempi di fontane: "il bidet di Maria" così battezzò Eduardo quella di Piazza Matteotti.
Nelle lunghe serate estive foriane era piacevole fermarsi sino a notte inoltrata a discutere con gli amici accampati da Maria, il Bar che ha rappresentato un'epoca certo tra le più interessanti per il nostro paese.
Erano tutti lì i più grossi nomi della cultura italiana ed internazionale, ognuno con la sua piccola corte a discutere in libertà, ad interessarsi del microcosmo cosmopolita foriano.
Con Auden e Capote
Il burbero, longilineo W. AUDEN nella sua silenziosa, anglosassone, discreta presenza di tan­to in tanto sollevava lo sguardo infastidito e dietro i suoi occhiali chiedeva che Bargheer non gli spezzasse quel silenzio fatto di poesia e di meditazione.
Erano duelli continui e solo "l'arte", l'opera mediatrice di Maria, riuscivano a riportare nella reciproca, forzata sopportabilità la convivenza pacifica.
Forse si profilava già un Good by to the Mezzogiorno.
Truman Capote era una "vecchia zia", questo il giudizio all'acido prussico di Eduardo che continuava: Non so se sia più brutto lui o la scimmietta che si tira dietro, comunque la rassomiglianza vale più di un certificato di paternità.
Sì, Bargheer aveva questi momenti di aggressività talvolta incomprensibili per chi non lo conoscesse bene, aveva il senso della privatizzazione. Il bar Maria era SUO e chiunque ne invadesse l'area era un intruso; come SUO era l'aereo sul quale viaggiava, SUO era l'albergo di turno dove soggiornava, SUO era il vino che beveva, SUOI erano i giovani che lo circondavano.
-  Il MIO tavolo, la MIA Maria, la MIA Forio -
L'unico che riusciva a convivere, anche se con qualche difficoltà, con Eduardo era Lallo Ferdinando Russo, docente di letteratura greca presso l'Università di Bari, assiduo frequentatore di Forio.

L'incontro con Pasolini
Una sera di una calda estate foriana (anni '70), seduti al solito tavolo, vidi con la coda dell'occhio arrivare Pier Paolo Pasolini in compagnia di Ninetto Davoli; mi rivolsi ad Eduardo indicando i due.
Incominciò a macinare i denti ed a ruggire, come la sua lokomotive, poi risoluto: Questa occasione non me la lascio scappare.
Si alzò, si avvicinò a Pasolini e togliendosi la coppola (anche in estate la portava) lo invitò a sedere al nostro tavolo.
Pasolini si trattenne a lungo a parlare con noi; il Marocco fu l'argomento di quella occasione.
Era il periodo in cui P.P.Pasolini aveva appena finito di girare "Il fiore delle Mille e una notte".
Fu una serata interessantissima che ancora oggi ricordo con profonda emozione. Soprattutto mi colpì un aspetto poco consueto di Bargheer: la sua umiltà.
Si rivolgeva al tanto più giovane intellettuale iniziando sempre il discorso con un "maestro". E gli occhi gli brillavano quando ricordava nelle parole dell'altro il paesaggio e la gente di quei posti. Il fascino misterioso ed esotico di uno spaccato di Africa Mediterranea, incontaminata e fiabesca nella narrazione del poeta; ingenua nei sorrisi del giovane Davoli; eccitante nei grandi occhi acquosi di Eduardo: il tutto mi parlava più di qualsiasi altra comunicazione intellettuale o letteraria che avessi di quei luoghi.

Scenografo e Attore Bargheer

Certamente un grande attore, istrione in certi suoi pianti, drammatico nei suoi ricordi, umano nel suo lavoro, provocatorio quando rideva, aggressivo mentre si difendeva.
Eravamo seduti da "Maria", una sera come tante altre a giocare a canasta con Eduardo ed altri amici. Maria, ad un tavolo vicino al nostro, giocava anche lei a scopa e briscola, ma soprattutto giocava con Bargheer la scena di tutte le sere: strizzatine d'occhio, battute ricche di doppi sensi e di colore locale: il tutto condito con la salsa piccante dell'arguzia e dell'ironia che una lunga frequentazione tra i due aveva reso intelligente ed immediata, piacevole e "spettacolo". Risate fragorose e strani mugolìi si intrecciavano da un tavolo all'altro tra una scopa di Maria ed una canasta di don Eduardo.
Finito il gioco delle carte, come un rituale, prima di andare a casa si discuteva, approfittando del fatto che il locale-bar Internazionale, ad una certa ora, ospitava solo il tavolo di Bargheer e i proprietari che dovevano fare la chiusura.
Fu così che Gennaro Zivelli, appassionato di teatro, allora laureando in lingua e letteratura inglese con una tesi sul teatro di Samuel Beckett, chiese ad Eduardo se voleva curare la scenografia di un lavoro di Beckett appunto che egli aveva intenzione di rappresentare: Aspettando Godot.
Bargheer mostrò grande interesse e disse che ci avrebbe pensato seriamente, in quanto l'occasione gli avrebbe fornito motivo per una nuova esperienza, quella di lavorare per il teatro.
Dopo alcuni giorni, in piazza per la solita puntatina di mezzogiorno per ritirare la posta e prendere un aperitivo, Eduardo mi incontra e mi dice che voleva parlarci; ci saremmo quindi rivisti nel pomeriggio nel suo studio con Gennaro.
Quale fu la nostra sorpresa e la nostra gioia quando quello stesso pomeriggio ci vedemmo proporre dagli occhi eccitati di Bargheer dei bozzetti per scene e costumi di Aspettando Godot?
Ciò che mi impressionò maggiormente fu l'entusiasmo del non più giovane Bargheer mentre parlava e ci rendeva partecipi sulla futura realizzazione della scenografia; mi impressionò altresì la sua competenza nell'affrontare i problemi tecnici per poter, in essenzialità di mezzi,sviluppare quegli elementi scenici che erano stati,ricordava Bargheer, sintesi di un lungo ed approfondito studio sull'opera da rappresentare: frutto di due notti tormentate dai fantasmi dell'assurdo beckettiano.
Avevamo trovato lo scenografo ed il costumista, bisognava dunque trovare gli attori.
Filippo Deakin, vecchio attore di cinema e di teatro, americano naturalizzato foriano, si disse entusiasta di poter "giocare" nel ruolo di Lucky.
Incuriosito ed interessato Taki Calise per Vladimiro.
Gennaro Zivelli doveva vestire i panni di Estragone (uno dei due vagabondi di "Aspettando Godot").
Mancava Pozzo - il padre padrone - ed era un problema trovare qualcuno che facesse coppia con Deakin, per le difficoltà di "convivenza" di quest'ultimo col personaggio di Pozzo.
Quello tra Pozzo e Lucky - per intenderci - è un rapporto di odio-amore, di cervello e di cuore, di attrazione e di ripulsa, di comando e di ubbidienza; di una mano nervosa infine che tende una cor­da al collo, di un collo che guida una mano nervosa.
Eduardo ci lasciò tutti a bocca aperta quando con ira improvvisa:
Ma la volete finire con le vostre storie di tempo? E' grottesco! Quando! Quando! Un giorno non vi basta, un giorno come tutti gli altri, è diventato muto, un giorno io sono diventato cieco, un giorno diventeremo sordi, un giorno siamo nati,un giorno moriremo,lo stesso giorno, lo stesso istante, non vi basta?
Partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte. Avanti!

Aveva recitato il monologo di Pozzo nel momento in cui si allontana definitivamente dalla scena trascinato da Lucky (atto secondi)).
Restammo tutti in silenzio, poi ci fu un applauso: avevamo trovato Pozzo.
E quale scelta migliore, visto, come aggiunse lo stesso Bargheer, che lui e Filippo interpretavano nella realtà quotidiana, ogni mezzogiorno ad ora di pranzo, il ruolo di Pozzo e quello di Lucky.
Il cast era dunque al completo: la scenografia ed i costumi di Eduardo Bargheer, la regia di Gennaro Zivelli.
Bargheer nello "scrivere" la scenografia si era essenzialmente preoccupato di rappresentare l'assurdo ed angoscioso problema dell'attesa che diventa infine drammatica certezza di una eterna "attesa" di Godot.
Lunghe strisce irregolari correvano in senso orizzontale sul fondale, per una campagna che non era campagna, per un cielo che non era cielo, per un sole che non era luna, per una disperazione che era disperazione.
Un paesaggio, quello suggerito da Bargheer, ra­refatto, "napalmizzato", nella esasperazione cro­matica da un nero seppia ad un giallo ocra: dal grigio scuro delle quinte laterali al rosso mattone dei pantaloni di Lucky.
Una desertica desolazione figurativa si sviluppava da un enorme teschio in pochi rami scheletrici e nodosi per un "albero", sulla sinistra del palco, quasi sul proscenio; l'albero era l'interlocutore psicologico e logico, riferimento spaziale e temporale (alla fine metterà foglie) per i due poeti-vagabondi.
L'albero, come ricordava Bargheer, doveva svolgere un ruolo fondamentale nella economia della scenografia,doveva suggerire un'atmosfera emotiva e magica e sottolineare l'incoerenza,l'assurdità dei discorsi pronunciati da Vladimiro ed Estragone; doveva soprattutto, estrapolando, suggerire nella forma-colore, l'angoscia dell'attesa, prospettando in Vladimiro ed Estragone il dramma dell'intera umanità durante il periodo della guerra fredda.
Nel marzo del 1970 il lavoro fu rappresentato al "Teatrino dei Pilastri" sotto il patrocinio dell'Ente Valorizzazione Ischia e per interessamento dell'avv. Giovanni Di Meglio, di Franco Postiglione, di Pierino De Angelis e di Aldo Dell'Isola.
La marcia funebre della terza di Beethoven scandiva con le sue note il lamento di Pozzo; il sipario si chiudeva tra gli applausi e le lacrime di commozione di Eduardo Bargheer.
Un sipario che si riaprirà di lì a poco tempo, questa volta al Teatro di Stato di Braunschweig, per il Pulcinella di Strawinsky: scene e costumi di Eduardo Bargheer.
Una esperienza quella ischitana con "Aspettando Godot" che aveva dato a Bargheer il pretesto di "debuttare" nel campo teatrale; una sicurezza quindi per affrontare, a distanza di pochi mesi, i problemi scenografici per il balletto di Strawinsky.
Pietro  Paolo Zivelli