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Vittoria
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«... dalla terrazza della
sua dimora lasciava cadere la sua malinconia sui tramonti
(...) Dice l'Ariosto che il nome le derivò
dall'essere "nata fra le vittorie". Sarà
anche elogio di poeta cortigiano, ma certo i due ceppi
di nobiltà da cui Vittoria proveniva erano
fra i più brillanti del tempo e avvezzi alle
vittorie più luminose in pace e in guerra:
i duchi di Marino e quelli di Urbino. I Colonna, signori
di Marino, quando lei nacque dal duca Fabrizio, nel
1490, erano già i più accreditati -
e odiati - concorrenti dei Borgia, nella scalata al
massimo potere vaticano. Suo padre era Gran Conestabile
del Regno di Napoli. Dagli Urbinati Vittoria derivava
per parte di madre, che era Agnese, figlia di Federico
d'Urbino e sorella del grande Guidobaldo da Montefeltro. MATERNITA' SPIRITUALE - Rimasta senza figli per motivi
che la storia non ci ha tramandato, Vittoria designò
proprio erede un cuginetto. Alfonso del Vasto. Affettuosa
e generosa com'era, vide in lui un conforto e uno
scopo di vita. La solitudine acuita dalla mancata
maternità la fece tanto amorosa quanto zelante
nelle cure per il bambino, che crebbe esemplarmente
sotto la sua guida. Le male lingue trovarono opportuno
precisare che sì, tutto bene, meriti grandi
di educatrice, ma infine era pur sempre una madre
mancata. Questa volta Vittoria, la discreta, la mite,
la sdegnosa d'ogni polemica, trovò parole e
impeto per ribellarsi. La sua risposta alle cattive
voci è di quelle che in tre parole sanno chiarire
un concetto. "Non sono sterile veramente - rimbeccò
la marchesa, fiera delle qualità luminose del
suo figliolo adottivo, ben note in tutta la città
e anche oltre - essendo nato dal mio intelletto costui".
E da quel giorno pare che molte madri "naturali"
guardassero con occhi nuovi alla maternità
"fittizia" di lei. PIÙ CRISTIANA DI PIETRO. Clemente VII, nel
settembre del 1526, era assediato in Roma dal viceré
di Napoli Ugo di Moncada, che si faceva forte dell'aiuto
di truppe colonnesi. Il papa venne ad accordi coi
Colonna, promettendo di dimenticare l'assedio e altri
nèi della grande famiglia nei suoi riguardi
a patto di riavere la libertà. Riacquistatala,
ne fece tuttavia quell'uso che, dati i machiavellici
tempi, ci si poteva attendere: destituzione del cardinale
Pompeo Colonna, persecuzione e scomunica di tutti
gli altri Colonna, invasione armata dei loro possedimenti
e distruzione totale di quattordici dei loro castelli.
Sua santità aveva evidentemente buona memoria
per tutto fuor che per il precetto cristiano del "porgi
l'altra guancia". AMARE CON STILE. Alcune cronache contemporanee riferiscono
con voce pettegola certi particolari degli amori extraconiugali
di Ferrante. Pare ad esempio che a proposito del monile
di Vittoria - una cintura di perle e pietre preziose
- da lui regalato alla vice-regina di Napoli, fosse
nata una polemica coniugale rivelatrice dei caratteri
dei due protagonisti. La vice-regina vrebbe rimandato l'oggetto alla legittima
proprietaria, accompagnandolo con un augurio allusivo:
"che dovesse guardarla di sorte l'avvenire che
d'alcun ladro domestico rapita non gli venisse tal
cosa...". Vittoria ebbe in proposito col marito
parole di semplicità disarmante, che rivelano
la qualità schietta del suo modo d'amare. "Sopportare
ben potrei" disse mostrandogli la famosa cintura
restituita dalla rivale "che l'aver nostro spargi
per sodisfattion del tuo cuore, purché l'esser
tuo non mi furi". Alla sincerità dolorosa
di lei par che il marito rispondesse su ben altro
registro. "Mi persuasi, sposa mia cara, che lo
studio ammaestrato t'avesse nel fuggir cose vili e
interessate...". Il "bel sole" doveva
annoverare, tra gli altri meriti e qualità,
anche un umorismo di vena alquanto pesante. IGNORA LA SUPERBIA. Quella di Vittoria fu un'epoca
di superbi. Fra i grandi della terra, a cominciare
dal vicario di Cristo fino all'ultimo dei signorotti
provinciali aggrappati alla propria rocca gentilizia,
circolava incontrastato il concetto che niente fosse
tanto importante quanto risplendere agli occhi propri
e soprattutto a quelli altrui, in tutta la statura
possibile. Donde sfide, ostentazioni, pompe pagate
a prezzo di sangue, tristi opulenze fondate sull'ingiustizia
e il sopruso. La cornice aiuta a metter a fuoco, per
contrasto, l'immagine interiore di Vittoria. Che ebbe
a dire di sé, nata Colonna e cioè grande
tra i grandi : "Dio m'ha messa e fatta nascer
in tale stato che l'abbondanza, e il demerito mio,
mi dovriano donare una meravigliosa temenza". I MIRABILI VERSI. Vittoria Colonna, marchesana di
Pescara, che i poeti e gli uomini di lettere più
chiari del suo secolo [il Bembo, il Giovio, il Caro,
e perfino i grandissimi Tasso e Ariosto] magnificarono
per l'altezza d'ingegno, beltà del corpo e
dell'animo, merita anche oggi essere lodevolmente
ricordata, siccome una tra la schiera femminile che
onora l'Italia. Né le venne fama dai tempi,
o le valse gloria un gran nome, ma la resero celebre
i mirabili versi che scrisse, e meglio ancora le sue
alte "virtù". Cosí cent'anni
addietro G. Enrico Saltini, nella prefazione a un
volumetto di Rime della poetessa edito da Barbera,
a Firenze (1860). |
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