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                 Franco Gambino in 100 Donne immortali
                  (A. Mondadori ed., vol. IV 1969)

 

Vittoria
Colonna


«... dalla terrazza della sua dimora lasciava cadere la sua malinconia sui tramonti
fiammeggianti di Ischia, sul salso sciacquio delle onde. Finita l'ora delle conversazioni
mondane, raccoglieva il silenzio del golfo...»

(...) Dice l'Ariosto che il nome le derivò dall'essere "nata fra le vittorie". Sarà anche elogio di poeta cortigiano, ma certo i due ceppi di nobiltà da cui Vittoria proveniva erano fra i più brillanti del tempo e avvezzi alle vittorie più luminose in pace e in guerra: i duchi di Marino e quelli di Urbino. I Colonna, signori di Marino, quando lei nacque dal duca Fabrizio, nel 1490, erano già i più accreditati - e odiati - concorrenti dei Borgia, nella scalata al massimo potere vaticano. Suo padre era Gran Conestabile del Regno di Napoli. Dagli Urbinati Vittoria derivava per parte di madre, che era Agnese, figlia di Federico d'Urbino e sorella del grande Guidobaldo da Montefeltro.
Il periodo della sua infanzia è ricco soprattutto, per noi, di interrogativi senza risposta: se fosse o meno discepola del latinista Fonteio ed avviata da lui o da altri alla conoscenza delle humanae litterae; se sia vero che appena tredicenne assistesse alla disfida di Barletta di cui Fabrizio suo padre fu uno dei protagonisti; se venisse allevata in famiglia nella avita rocca di Marino oppure, come altri sostengono, a Ischia, affidata alle cure di Costanza d'Avalos, duchessa di Francavilla. Su quest'ultimo punto è probabile che gli storici abbiano fatto un po' di confusione con una sua nipote, anche lei di nome Vittoria ed effettivamente allevata ad Ischia da Costanza d'Avalos molti anni più tardi. La leggenda di una sua infanzia napoletana è comunque fiorita, probabilmente, attorno a un dato di comprovata consistenza storica: contando Vittoria soltanto cinque anni, suo padre già l'aveva legata con promessa matrimoniale a Ferrante (o Ferdinando) d'Avalos, futuro marchese di Pescara, che appunto la duchessa Costanza, essendone zia e tutrice, allevava a Ischia nel suo castello.
Se i due ragazzi crescessero insieme sotto gli occhi della zia Costanza dunque non si sa. È invece sicuro che, quando venne il momento della conferma della promessa nuziale, Vittoria, ormai diciassettenne, non era a Ischia ma nel palazzo paterno di Marino. Il padre ansioso di concludere l'alleanza col marchesato di Pescara e attraverso questo con tutta la migliore nobiltà napoletana, aveva firmato il contratto matrimoniale il 13 giugno. Le nozze saranno celebrate due anni dopo: il 29 dicembre 1509.
Il matrimonio, stretto fra due virgulti di così illustri casate, fu ovviamente fastosissimo d'ori, gemme, vesti, cortei e via dicendo. La "ragguardevole coppia" del resto, è stato scritto da uno storico, "non ebbe forse pari in Italia di que' tempi". E sì che di coppie assai "ragguardevoli" per lustro e lignaggio e blasoni la Penisola non difettava certo in quel suo doratissimo Cinquecento sfaccettato di signorie dalle Alpi alla punta dello stivale.
Vittoria a quel tempo non s'era ancora data alle lettere, non ci restano dunque testimonianze sue sull'evento. Si può forse ragionevolmente supporre che, non ancora ventenne, fosse abbagliata dalla croce di diamanti e dai dodici braccialetti d'oro offertile da Ferrante, dal fastosissimo "letto alla francese" dono del padre Fabrizio, dalle sfilate di broccati, porpore, rasi, zibellini e ermellini che vedeva confluire in gran copia nei suoi bauli di sposa. Ferrante aveva un anno solo più di lei. Pare fosse un bel giovane, di temperamento focoso. È, e sempre più si farà, gran spadaccino, brillante uomo di mondo, amatissimo tanto dai suoi soldati in guerra quanto dalle belle dame nelle tregue di pace o durante i tornei.
"Destro - lo descrive il Giovio che lo conobbe - fermissimo senza verun pigro sugo, spagnolissimo". Non è improbabile che partendo per Ischia con lui Vittoria immaginasse di andare incontro alla felicità: sarebbe strano il contrario. La bella favola invece ebbe anche troppo presto le sue prime dolenti incrinature. Lo "spagnolissimo" signore di Pescara non faceva mancare alla sua sposa motivi per sospiri: di solitudine quasi sempre, e molto spesso anche di gelosia. Se si dovesse dire quale sia la qualità del carattere che più spicca in Vittoria bisognerebbe parlare anzitutto di "discrezione". I suoi versi, non meno che le sue lettere, ne sono sempre ammantati. È dunque alquanto difficile scoprire cause e motivi della sua poca felicità coniugale nei non rari - ma sempre contenuti - abbandoni della sua penna. Sono sfumature, toni di grigio appena accennati, abbozzi soltanto di confessione. A volte più eloquenti proprio per la delicatezza del timbro. Con Carlo V, in una lettera, è garbata ma eloquente nel lamentarsi che Ferrante preferisca i campi di battaglia e le glorie militari al venire a "quietarsi" con lei.
Nei versi è abbastanza significativa la gradazione dei sentimenti reciproci: "Ei di me lieto, ed io beata in lui". Dove non solo corre distanza rivelatrice fra "letizia" dell'uno e "beatitudine" addirittura dell'altra, ma perfino quell'essere lieti "di" e beati invece "in" sembrano opporre a un amore semplicemente compiaciuto del suo oggetto un altro perdutamente abbandonato in esso. Fin qui le confessioni della protagonista, ma sulle ombre che dovettero offuscare le gioie coniugali della "ragguardevole coppia" non mancano ben più esplicite indiscrezioni di contemporanei. Ci sono cronisti prudenti, come quello che accenna a una tal "cintura di perle e d'altre preziose gemme" trasmigrata dagli scrigni di Vittoria a quelli della bellissima vice-regina di Napoli, di cui Ferrante era strenuo ammiratore. E altri molto più espliciti che non fanno mistero di una "dama da lui ingravidata". Fra queste ombre e luci - più ombre che luci, parrebbe - il matrimonio visse sedici anni, mai allietato dalla nascita di un erede e spesso invece rattristato da lunghe separazioni. Nel 1512, scesi in campo durante il conflitto tra Francia e Spagna, Fabrizio Colonna e il marchese di Pescara sono tutti e due prigionieri a Milano e a Vittoria non resta che piangere e aspettare padre e marito, scrivendo una Epistola a Ferrante Francesco d'Avalos suo consorte nella rotta di Ravenna. Nel settembre del 1513 l' "amatissimo" è di nuovo sul campo, per la battaglia di Vicenza, ancora tra spagnoli e francesi. A partire dal 1517 il marchese, nominato gran ciambellano della Real Casa di Napoli, sostituisce ai doveri militari quelli diplomatici, che lo impegnano non meno delle armi. Vittoria lo incontra a sprazzi nelle rare pause di riposo. Nel 1512 sono insieme a Roma, per le nozze di Ascanio Colonna con Giovanna d'Aragona: nel 1522 si ritrovano a Napoli, in occasione della morte di Agnese di Montefeltro. Ferrante tuttavia riparte in fretta, dopo brevi soggiorni, troppo impegnato e troppo inquieto per fermarsi alla corte di Napoli accanto alla consorte. Finché il 25 novembre 1525, a Milano, il marchese, che già altre volte ha esibito alla trepidante sposa le "nobili ferite riportate nel combattimento" finisce col soccombere al suo amore per le glorie militari e agli esiti di alcune archibugiate prese sul campo il 24 febbraio precedente, durante la battaglia di Pavia. Vittoria non lo vede da tre anni, il che non toglie che il suo dolore alla notizia sia tale da lasciarla svenuta a lungo.
Sposa non felicissima, sarà tuttavia vedova tra le più inconsolabili: passerà il resto della vita ritirata dal mondo, peregrinando di convento in convento, scrivendo versi e lettere carichi di rimpianto per il "bel sole" perduto. Grazie agli uni e alle altre acquisterà presso i contemporanei solida fama di letterata e umanista.
Il Canzoniere è una raccolta di sonetti scritti, secondo l'uso del secolo, alla maniera petrarchesca. Le Lettere al lettore paziente sanno svelare la geografia dei "grandi" del tempo, il loro stile di vita e d'espressione. Vittoria corrisponde con Michelangelo, l'Aretino, il Bembo, Carlo V, e via dicendo: tutto il fior fiore dell'aristocrazia coronata o intellettuale cinquecentesca. È stata ed è ricordata per la cultura, la misura, l'intelligenza, lo stile con cui seppe condurre questo lungo colloquio con se stessa e con gli altri, declinando con dignità silenziosa nel ritiro dei chiostri fino alla morte, giunta il 25 febbraio 1547 dopo lunghissima malattia.
Troppo grave per restare in convento, era stata portata in casa di parenti - Giulia Colonna e Giuliano Cesarini - alla Torre Argentina. Michelangelo, suo ammiratore devoto, la vegliò fino all'ultimo. Tre anni dopo piangeva ancora la sua perdita, scrivendo a un conoscente, il Fattucci, un incomparabile epitaffio di lei: "Morte mi tolse un grande amico".
Al nostro secolo è approdata un po' austera, con questa fama di scrittrice ammirata, sposa esemplare, cittadina integerrima, nobile per valori morali e civili non meno che per sangue d'alta schiatta. L'ombra di tante aureole tuttavia non sempre giova a un ritratto preciso. Né Vittoria fa grandi sforzi per aiutarci a tratteggiarlo; quando non tace del tutto, si esprime solo con rigorosa misura, tenendo a freno con mano ferma le proprie passioni: forse lontana, in certo suo distacco: forse soltanto attenta e sorvegliata, conoscendosi anche troppo calata nella vita. In ogni caso troppo schiva, troppo gelosa di sé per concedere spazio all'effusione. E anche questo è tratto, non il meno rivelatore, d'una fisionomia non comune di donna.

MATERNITA' SPIRITUALE - Rimasta senza figli per motivi che la storia non ci ha tramandato, Vittoria designò proprio erede un cuginetto. Alfonso del Vasto. Affettuosa e generosa com'era, vide in lui un conforto e uno scopo di vita. La solitudine acuita dalla mancata maternità la fece tanto amorosa quanto zelante nelle cure per il bambino, che crebbe esemplarmente sotto la sua guida. Le male lingue trovarono opportuno precisare che sì, tutto bene, meriti grandi di educatrice, ma infine era pur sempre una madre mancata. Questa volta Vittoria, la discreta, la mite, la sdegnosa d'ogni polemica, trovò parole e impeto per ribellarsi. La sua risposta alle cattive voci è di quelle che in tre parole sanno chiarire un concetto. "Non sono sterile veramente - rimbeccò la marchesa, fiera delle qualità luminose del suo figliolo adottivo, ben note in tutta la città e anche oltre - essendo nato dal mio intelletto costui". E da quel giorno pare che molte madri "naturali" guardassero con occhi nuovi alla maternità "fittizia" di lei.

PIÙ CRISTIANA DI PIETRO. Clemente VII, nel settembre del 1526, era assediato in Roma dal viceré di Napoli Ugo di Moncada, che si faceva forte dell'aiuto di truppe colonnesi. Il papa venne ad accordi coi Colonna, promettendo di dimenticare l'assedio e altri nèi della grande famiglia nei suoi riguardi a patto di riavere la libertà. Riacquistatala, ne fece tuttavia quell'uso che, dati i machiavellici tempi, ci si poteva attendere: destituzione del cardinale Pompeo Colonna, persecuzione e scomunica di tutti gli altri Colonna, invasione armata dei loro possedimenti e distruzione totale di quattordici dei loro castelli. Sua santità aveva evidentemente buona memoria per tutto fuor che per il precetto cristiano del "porgi l'altra guancia".
Vittoria fuggì a Ischia dal feudo di Marino, non senza preoccuparsi di inviare lettere e suppliche a tutti quelli da cui poteva sperare aiuto per lenire almeno le sofferenze e i disagi degli innocenti coinvolti nel conflitto. E fin qui, si dirà, difendeva il suo. Ma quando, poco dopo il suo arrivo a Ischia, si venne al sacco di Roma, ebbe slanci per tutti, e non guardò né di qua né di là delle barricate, mandando aiuti a piene mani e prodigandosi perché nessuno, fosse amico o nemico, avesse troppo a patire per la fiammata d'odio che stava divampando in mezzo al gregge di Pietro. La "pecorella", parrebbe, per i precetti evangelici aveva memoria più solerte del suo augusto pastore.

AMARE CON STILE. Alcune cronache contemporanee riferiscono con voce pettegola certi particolari degli amori extraconiugali di Ferrante. Pare ad esempio che a proposito del monile di Vittoria - una cintura di perle e pietre preziose - da lui regalato alla vice-regina di Napoli, fosse nata una polemica coniugale rivelatrice dei caratteri dei due protagonisti.

La vice-regina vrebbe rimandato l'oggetto alla legittima proprietaria, accompagnandolo con un augurio allusivo: "che dovesse guardarla di sorte l'avvenire che d'alcun ladro domestico rapita non gli venisse tal cosa...". Vittoria ebbe in proposito col marito parole di semplicità disarmante, che rivelano la qualità schietta del suo modo d'amare. "Sopportare ben potrei" disse mostrandogli la famosa cintura restituita dalla rivale "che l'aver nostro spargi per sodisfattion del tuo cuore, purché l'esser tuo non mi furi". Alla sincerità dolorosa di lei par che il marito rispondesse su ben altro registro. "Mi persuasi, sposa mia cara, che lo studio ammaestrato t'avesse nel fuggir cose vili e interessate...". Il "bel sole" doveva annoverare, tra gli altri meriti e qualità, anche un umorismo di vena alquanto pesante.
Sempre stando ai cronisti, sembra però che a questa battuta Vittoria opponesse solamente il silenzio. Dove si vede come, tra i due, vi fosse una sensibile differenza di stile.

IGNORA LA SUPERBIA. Quella di Vittoria fu un'epoca di superbi. Fra i grandi della terra, a cominciare dal vicario di Cristo fino all'ultimo dei signorotti provinciali aggrappati alla propria rocca gentilizia, circolava incontrastato il concetto che niente fosse tanto importante quanto risplendere agli occhi propri e soprattutto a quelli altrui, in tutta la statura possibile. Donde sfide, ostentazioni, pompe pagate a prezzo di sangue, tristi opulenze fondate sull'ingiustizia e il sopruso. La cornice aiuta a metter a fuoco, per contrasto, l'immagine interiore di Vittoria. Che ebbe a dire di sé, nata Colonna e cioè grande tra i grandi : "Dio m'ha messa e fatta nascer in tale stato che l'abbondanza, e il demerito mio, mi dovriano donare una meravigliosa temenza".

I MIRABILI VERSI. Vittoria Colonna, marchesana di Pescara, che i poeti e gli uomini di lettere più chiari del suo secolo [il Bembo, il Giovio, il Caro, e perfino i grandissimi Tasso e Ariosto] magnificarono per l'altezza d'ingegno, beltà del corpo e dell'animo, merita anche oggi essere lodevolmente ricordata, siccome una tra la schiera femminile che onora l'Italia. Né le venne fama dai tempi, o le valse gloria un gran nome, ma la resero celebre i mirabili versi che scrisse, e meglio ancora le sue alte "virtù". Cosí cent'anni addietro G. Enrico Saltini, nella prefazione a un volumetto di Rime della poetessa edito da Barbera, a Firenze (1860).
In un secolo, la fama dei "mirabili versi" ha avuto alterne fortune: gli onori d'Italia sono stati oculatamente rimossi dalla sfera che attiene la critica letteraria; le "alte virtù" in genere, del pari messe a riposo, hanno cessato di costituire elemento fertilizzante la celebrità dei poeti. Da questa evoluzione del gusto, delle idee e del costume, la grande marchesana è uscita alquanto danneggiata. Segnata a dito dai critici insieme con gli altri "petrarchisti" del Cinquecento, s'è sentita accusare con loro di "impoeticità", di "imitazione pedissequa", di gracile fantasia, di "debolezza creatrice". S'è arrivati a un momento in cui pareva che nessun altro vanto potesse ormai restarle se non quello peraltro negletto delle "alte virtù". S'è alzata infine qualche voce di recente a cercare elementi spassionati atti ad equilibrare pareri di laudatori e detrattori in un giudizio di sintesi.
Tuttavia il critico più qualificato a decidere sul grado di vitalità a tutt'oggi delle Rime colonnesi dovrebbe essere il semplice lettore. Che se trovasse in sé una eco commossa a qualcuna fra le pagine del Canzoniere avrebbe in fondo con ciò già contribuito in larga misura a sancire il diritto di permanenza, per Vittoria, nel regno che le fu proprio per tre secoli: quello della poesia.