"Beiträge zur Mundart von Ischia" di Ilse Freund (Contributi sul dialetto d'Ischia), 1933

Il primo studio rigorosamente filologico
intorno ad una varietà del dialetto d'Ischia
(Serrara Fontana)

di Giovanni Castagna


La tesi di dottorato di Ilse Freund, "Beiträge zur Mundart von Ischia", presentata all"università di Tübingen nel novembre del 1932, relatore il professore Gerhard Rohlfs, e pubblicata nel 1933 fu, secondo l'espressione del professor Giuseppe Baldino, "il primo studio rigorosamente filologico intorno ad una varietà del dialetto di Ischia (Serrara-Fontana)". Fino ad allora, continuava Baldino, solo rari e timidi accenni linguistici sulle parlate ischitane.
Clemente Merlo, recensendo il saggio (in L'Italia Dialettale, 1938) affermò che Freund aveva scritto sulla falsariga del suo maestro. Dando al termine "falsariga" l'accezione di princìpi metodologici, ci sembra opportuno trascrivere la "profession de foi" che Rohlfs riportò nella prefazione all'edizione italiana nel 1966 della "Historische Grammatik der Italieniscen Sprache und ihrer Mundarten": "In questa grammatica l'autore ha tentato di concertare il metodo storico con il metodo geografico e con la rappresentazione descrittiva, associando così, in quanto fosse possibile, la linguistica diacronica (cioè evolutiva e storica) alla linguistica sincronica, cercando di dare una trattazione dei fenomeni il più possibile chiara e sistematica. Questa grammatica vuol essere "a naturalistic history of Italian" (Leo Spitzer), dando "a full documentation from all stages of the literary language from the dialects" (Robert A Hall)".
In altri termini, secondo la definizione del professor Mario D'Elia, "Lo studio descrittivo e storico della lingua e dei dialetti d'Italia, nella concezione di Rohlfs, è legato dai più intimi rapporti con il vivo dell'inchiesta dialettale e con la partecipazione, starei per dire, sanguigna, dell'esploratore al dialogo con gli informatori".
È il metodo che segue Ilse Freund e sul quale ritorneremo in un nostro prossimo intervento.
Ad Ischia, il primo a parlare della Freund fu il professor Giuseppe Baldino in "Sostrato arcaico della lessicografia isolana", in una conferenza tenuta al Centro di Studi su l'isola d'Ischia nell'aprile del 1945.

L'illustre studioso, rivendicando al " Sinus Cumano il primo e più efficiente focolaio di ricezione e d'irradiamento della civiltà greca nel Mediterraneo occidentale" (Ischia in particolare), mentre i filologi tedeschi lo fissavano in Calabria e in terra d'Otranto, "cioè nelle punte estreme della penisola", si sforzava di "dare l'etimo greco e latino della maggior parte dei toponimi e dei patronimici" e di ritrovare a Ischia "le tracce o risonanze dell'antica koinè greca", senza, peraltro, tener conto né dell'epoca in cui il termine risulta per la prima volta attestato né dell'osservazione della Freund stessa, la quale, nel dare un breve elenco di termini in cui si rivela ancor viva l'origine greca nelle parole di Fontana, afferma "è del tutto trascurabile la domanda se siano presenti relitti o parole importate".
Il saggio di Ilse Freund fu molto importante sia per lo stesso Rohlfs sia per tutti quelli che s'interessarono alla dialettologia, ma stranamente quasi sempre le forme della parlata di Fontana, analizzate dalla Freund, sono riferite alla parlata di Forio o, genericamente, a quella di Ischia: si veda Rohlfs, Devoto-Giacomelli, Pavao Tekavcic.
Sono, infatti, 1100 le forme analizzate nel saggio, fra cui 669 sostantivi, 221 forme verbali, 35 nomi propri di cui 21 nomi di luogo, 60 aggettivi qualificativi e 33 avverbi, nonché pronomi ed altri aggettivi, numerali e preposizioni.
Alla fine del suo studio, Freund riporta "La fiaba del serpe", raccolta dalla viva voce di una narratrice del luogo, trascritta foneticamente e tradotta.
La fiaba comporta nella parte finale elementi simili alla fiaba di Procida "Re Tamburo".
Nella fiaba procidana un giovane cerca una giovinetta per i servizi ed una povera ragazza, su consiglio materno, si presenta e viene assunta. Le compagne le chiedono il nome del giovane, lei non lo sa e, spinta dalle compagne, glielo chiede, ma il giovane dice che se le rivela il suo nome succederà una brutta cosa. Le insistenze delle compagne costringono la giovane a ridomandare il nome al signore; "Re Tamburo", risponde il giovane e subito diventa un colombo, svolazzando via. La giovane si dispera ed un bel giorno lo rivede e viene a sapere che è sposato. Appare, allora, una fata alla giovane in pianto e le dà tre palline, palline che svolgono la stessa funzione della noce, della nocciola e della castagna della "Fiaba del serpe", anche se con qualche elemento diverso: chioccia e pulcini d'oro (nelle due fiabe), poltrone e poltroncine d'oro, porca e porcellini d'oro (in Re Tamburo); aspo ed arcolaio d'oro (in La fiaba del serpe). Nelle due favole è presente "nu scurparo" che favorisce lo scioglimento della favola: i due partono insieme e la moglie si dispera (Re Tamburo); la regina parte e i due "fecero una vita felice" (Fiaba del serpe). Lo schema in tabella evidenzia le similitudini e le differenze.


Il testo della fiaba comporta 952 parole, fra le quali 556 parole semantiche, che si riducono a 139 vocaboli (59 sostantivi, 51 verbi, 24 avverbi e soltanto 5 aggettivi qualificativi). È un documento molto importante, che, con i Lieder, Proverbi e Indovinelli, raccolti e foneticamente trascritti dalla Freund, ci permette di conoscere la parlata fontanese all'inizio del XX secolo e ci dà la possibilità di utili confronti con alcuni testi letterari (poesie) di Florindo Matarese e di "Spupulianne", una specie di "Cerrenne" di Fontana: due piccoli volumi di sonetti, pubblicati anonimi nel 1906 e 1907, che prendono soprattutto di mira il poeta Matarese e l'amministrazione comunale, nonché con i testi in parlata foriana della fine del '700, trascritti da D'Ascia, i testi di Maltese ed altri poeti dialettali.

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