"Conoscete voi
quella terra dove il pampino e l'amo sono l'emblema dei suoi laboriosi
figli? Dove il mare, ora accarezza teneramente le sue spiagge
sterminate, ora corre a infrangersi contro rupi scabrose? Ove
il pino sacro agli amanti accoglie nell'ombra i teneri sospiri
delle donne innamorate? Non è soltanto
un'isola "che non c'è più", mutata dallo
sviluppo degli ultimi anni, quella che viene fuori dalla lettura
di alcuni testi che ci ha lasciato Giovan Giuseppe Cervera, ma
anche un'isola che può mostrarsi chiaramente in tutto il
suo "mistero" a chi la percorre, attento ad ogni immagine,
ad ogni pietra che si trova da presso o intravede in lontananza,
se gli sembra fatica improba portare i propri passi lungo sentieri
impervi e "scarrupati". Il Cervera deve certamente aver
girovagato in lungo e in largo, se è capace di indicare,
di dare il nome specifico a ciascun anfratto, a qualsiasi angolo,
e soprattutto a quelle "pietre" che hanno fatto parte
della vita dei nostri antenati: di queste non di rado sono ricordati
fatti e fatterelli che forse a noi danno l'impressione di fiaba,
ma che devono anche aver costituito una realtà nelle epoche
passate. E sia pur soltanto con la lettura e con la fantasia ci
si può inerpicare su per le balze (lontane dalle nostre
comuni passeggiate), come peraltro procedere lungo spiagge e lidi
più frequentati e noti. Ma si riesce a scoprire qualcosa
di nuovo e che normalmente non ha mai fatto da richiamo per la
nostra attenzione (anche perché per molti tratti ormai
si va soltanto in macchina). |