'a palammetare La pesca degli sgombri di Giuseppe Silvestri |
Un "mestiere" molto praticato
dai pescatori di Lacco Ameno e dell'isola d'Ischia fu quello della
palammetare (a Ischia Ponte detta sculmate). Iniziava
nel mese di maggio, generalmente l'8, giorno dell'uscita di Santa
Restituta in processione fino al Capitello, del principio della
novena, e si protraeva fino a luglio.
Erano impiegati gozzi di 6-7 metri con quattro remi, un remo per ogni pescatore, forniti anche di albero fisso e di vela latina. Verso le 16.00 le palammetare di Lacco partivano da Sotto il porto a distanza di qualche minuto l'una dall'altra, costeggiando, oltrepassavano la Punta di Monte Vico e si dirigevano verso nord ovest per raggiungere dopo 2 o 3 ore di navigazione il tratto di mare giudicato idoneo. La rete veniva velocemente calata, il piombo era regolato in modo da tenere i galleggianti in superficie cosicché pescava in profondità soltanto alcuni metri. Lungo il percorso della rete erano legate alle cuortece, ad opportuna distanza,, quattro o cinque lanterne ad olio, accese per segnalazione alle navi di passaggio. Una luce rimaneva sulla barca. Disposto tutto, due pescatori montavano di guardia e gli altri due si mettevano a dormire o almeno tentavano. Durante l'attesa i due pescatori di guardia disponevano una lenza detta saure, fatta di fibra di cocco per catturare il pescecane (canesca o sbriglio), per esca veniva adoperato mezzo sgombro attaccato ad un grosso amo. Quando lo squalo abboccava, veniva tirato su, bloccato abilmente con un cappio e "sventrato a murata". Il primo recupero della rete avveniva a mezzanotte (levàveme quanne metteve 'u stellone). Occorreva in genere un'ora per recuperarla ed in rapporto ai pesci che si catturavano. La rete veniva poi subito calata di nuovo e recuperata definitivamente all'alba. Svolta questa operazione si rientrava alzando la vela o spingendo con i remi, in mancanza di vento. Si pescava bene (i riferimenti sono agli anni precedenti o a quelli appena successivi alla seconda guerra mondiale): sgombri, palamiti, pesce luna, e capitava nella rete il pesce spada. Ogni barca ne prendeva quasi sempre uno o anche due. Nella palammetare i pesci si impigliavano per impatto e quando la rete era stata usata per due o tre anni succedeva spesso che era sfondata dai pesci. Il pericolo per i pescatori era rappresentato dalle navi di passaggio, spesso qualcuna attraversava la rete e tagliandola se ne portava via una buona parte; a volte se ne ritrovava qualche pezzo. Quando si trattava di un bastimento a vela, la rete rimaneva impigliata nel timone, per liberarla bisognava tagliare ad entrambi i lati. Gli accattatori (i compratori) aspettavano a riva o addirittura andavano con le loro barche incontro a quelle dei pescatori per acquistare con precedenza. Erano di Ischia, alcuni di Lacco, ma venivano anche da Torre del Greco o da Sorrento. I pesci erano poi venduti nell'isola o a Napoli. A Lacco Ameno intorno al 1950 c'erano le seguenti palammetare (chiedendo scusa per qualche omissione): Rione Mezzavia: Pasquale Greco, Gennaro Patalano, Domenico Romano, Giacinto Calise, Ciro Vespoli. Rione Ortola: Aniello Ascanio, Giuseppe Monti, Giovanni Buonocore. Rione De Pretis: Ciro Romano. Tutte le barche nel mese di maggio e giugno davano la "quadra", offerta a Santa Restituta, la protettrice dei pescatori. Era consuetudine dividere il pescato in otto parti, di cui quattro per il proprietario della barca e della rete e quattro da dividere (compreso il proprietario) tra i quattro pescatori che costituivano l'equipaggio di una palammetare. La palammetare è una rete a maglie di otto cm. di fres, cotone molto resistente che si ricavava da matasse di cannavielle avvolte alla conocchia. Questo compito era affidato soprattutto alle mogli dei pescatori i quali, con il cotone già pronto, durante l'inverno tessevano le reti. Un pescatore con la collaborazione della moglie riusciva a realizzarne due pezzi (ogni pezzo era dì 50-55 metri). L'altezza della rete era di 165 maglie (oggi 265) ed una lunghezza da 350 a 450 metri. A Lacco c'erano signore abilissime nel tessere le reti, in particolare si ricorda Elena la Santangiolese che era bravissima anche ad aggiustarle (kuncià). I galleggianti erano di sughero e spesso si recuperavano dalla Tonnara di Lacco. Oltre naturalmente al filo per realizzare le reti occorreva la cucella e il muolele (pezzo di legno levigato per la giusta misura della maglia). Il piombo costava ed era trasformato in formelle dai pescatori stessi, abilissimi a stringerlo alla cuortece anche con i denti. Le lanterne erano costruite da uno stagnino molto bravo detto Mimì u professor; ogni gozzo ne portava cinque o sei ed erano alimentate ad olio. Importantissima nella dotazione della barche non poteva mancare la tofa, grande conchiglia in cui il pescatore soffiava per emettere un suono prolungato in caso di nebbia o di notte appena si vedeva un piroscafo in avvicinamento: con due suoni si segnalava di andare a sinistra, con uno di andare a destra, Oggi la palammetare è poco usata, anche se è in dotazione di tutti i pescatori. Chi pratica con continuità questo "mestiere" lungo la costa di Lacco è Antonio Vespoli. Naturalmente sono cambiate le reti, di naylon resistentissimo nell"acqua e molto più lunghe. Le barche sono molto più grandi e sicure con motori Diesel veloci che permettono di raggiungere anche tratti di mare lontani dalla costa 10/20 miglia, |