La cianciola - Questa
pesca venne praticata negli anni 1950 a Lacco Ameno dalla
famiglia Patalano che vantava già una tradizione
nell'attività peschereccia con i seguenti "mestieri":
sciabichello, sciabica, lampara. Sei fratelli (Michele,
Salvatore, Gennaro, Ciro, Aniello detto Anellino (nostro
informatore), ed Adamo in perfetto accordo.
Essi acquistarono dal sig. Antonio Borgogna, che aveva nelle
vicinanze del cantiere sul porto d'Ischia un distributore
di benzina, un barcone che utilizzavano con un motore della
potenza di 28 cavalli. Inoltre per la pesca portavano due
gozzi a rimorchio con le luci.
La rete della cianciola è costituita da maglie
n. 32 di cotone makò e nella parte alta porta i galleggianti
(cuortëcë) più grandi del solito, mentre
nella parte inferiore ha un armamento con molto piombo,
lungo il quale sono disposti, a distanza stabilita, degli
anelli di ferro del diametro di 10/15 cm (in genere realizzati
dai fabbri locali Francesco e Leopoldo Monti), e in essi
corre la cima. Per evitare strappi, tra i galleggianti e
la rete, come pure tra questa e la linea del piombo, c'è
una fascia larga circa mezzo metro e fatta di una maglia
un poco più grande e di cotone più resistente
e più spesso.
Per calare la cianciola sono necessarie due barche, una
piccola ed una grande di almeno sette/otto metri e si procede
in senso antiorario, da destra verso sinistra. La parte
iniziale, detta racale o stazza è fissata
sulla barca piccola per reggere il peso notevole del piombo
durante le fasi dell'operazione. Completato il giro, si
congiungono le due estremità: i racali o le
stazze si portano sulla barca grande, uno a poppa
e l'altro a prua.
Nei primi anni il recupero avveniva a mano con forza; in
seguito cominciarono ad usarsi pulerge e trocine,
infine le craparelle (argano o verricello) che, attraverso
una fascia di cuoio collegata al volano del motore, girando
recuperava molto più in fretta tutta la cima richiamando
gli anelli che venivano a trovarsi tutti ravvicinati in
una mappata che si legava alla murata della barca.
Poi si recuperava la rete da sinistra verso destra e per
questa operazione occorrevano quattro persone. Una tirava
l'armamento dei galleggianti; due recuperavano la rete tra
i galleggianti ed il piombo, la quarta recuperava l'armamento
del piombo, disponendolo in perfetto ordine in modo da poter
presto tutto ricominciare daccapo.
I pesci confluivano nella parte ultima di circa dieci metri,
tutta a maglie più resistenti e di cotone più
spesso. A volte si trattava di diversi quintali di pesce
azzurro: sarde, alici, talvolta anche sgombri o palamiti
che avrebbero potuto sfondare la rete se fosse stata più
sottile (cosa che capitava, ricorda Anellino).
La cianciola nel periodo autunnale si calava sul
ciglio delle alghe per catturare vope, sauri e soprattutto
calamari. I posti prescelti erano a Lacco le vicinanze del
Fungo o del Santuario, i fondali di posidonia a Forio davanti
alla Chiaja e a Sant'Angelo.
Il "Legionario" dei fratelli Patalano, nel periodo
primaverile, si recava a pescare nelle vicinanze della costa
domiziana proprio di fronte a Lacco Ameno, su fondali di
una cinquantina di metri. Tutto il pescato (si trattava
sempre di pesce azzurro) in questo caso con la stessa barca
veniva portato al mercato di Torregaveta o di Pozzuoli.
L'attività del "Legionario" finì
in seguito ad un drammatico evento, la scomparsa di Ciro
avvenuta il 14 febbraio 1962 intorno all'una di notte. Insieme
ad un fratello tentava di condurre nel porto d'Ischia il
peschereccio durante una furiosa mareggiata; un'onda violentissima
a qualche centinaia di metri dal faro del Porto lo strappò
da bordo mentre era al timone. La barca fu abbandonata sulla
spiaggia e nel tempo si distrusse. Essa si trova dipinta,
insieme con altre barche, su una tela del pittore Mario
Cortiello che negli anni 1960 visse a Lacco ed ebbe la sua
bottega proprio nelle vicinanze della spiaggia. (TORNA
SU)
I
palanchesari della Mandra
Pescatori che usavano le palamiti,
a Ischia dette anche coffe, costruite prima con fres
(cotone di canapa abbastanza resistente) e poi dopo il 1950
con il naylon; ognuna portava 42 ami, poi sempre più
in aumento. Per pescare i merluzzi si usavano come esche
sarde o alici, per gli altri pesci vope o fragagli.
Si girava l'isola a remi anche due volte consecutivamente
per calare le coffe, per catturare murene, saraghi, ruonghi,
cernie
I palanchesari della Mandra e del Borgo di Celso
furono i primi che con le palamiti pescarono i merluzzi
in acque molto profonde. Oggi alla Mandra esercitano questo
mestiere ancora tre o quattro pescatori. Ogni pomeriggio
stanno presso la loro barca per allestire le coffe;
ripetendo gesti antichi, dispongono nella cesta la trave
con il lacciolo ed in perfetto ordine gli ami, allineati
e conficcati nel sughero.
Nel porto d'Ischia ci sono oggi alcune barche moderne di
12/13 metri con motori veloci ed alcuni giovani continuano
l'attività dei loro padri. Vanno a calare le coffe
verso Terracina, Gaeta, Ventotene ed oltre.
Palanchesarielli sono i pescatori
che agiscono sotto costa. Qualcuno è specializzato
nella pesca del sarago; per questo la coffa deve essere
costruita in modo particolare ed in base alla stagione ed
alle condizioni del mare viene scelta l'esca più
adatta, spesso tenuta segreta.
Sempre nel porto d'Ischia ci sono anche barche di pescatori
che usano il tremaglio e la sculmata.
È chiaro che oggi il numero dei pescatori è
molto ridotto rispetto al passato, ma per fortuna questa
antica e nobile attività, a Ischia, come a Lacco,
Forio, Sant'Angelo, non si è ancora spenta del tutto,
per la presenza di pochissimi giovani che continuano la
tradizione delle loro famiglie. (TORNA
SU)
Negli anni 1940/50 a Forio i pescatori
di professione erano pochi. Si ricordano per esempio Agostino
di Maio, Luigi di Maio, Antonio Ferrero ed altri della famiglia,
Guerino Caruso, Scipione del Ponte a cui si aggiunsero i
Castaldi, Pezzella, Ballirano ed altri.
Si può dire, però, che nel tempo Forio sia
l'unico centro dell'isola in cui il numero dei pescatori
sia aumentato rispetto al passato. Attualmente vi sono più
di dieci pescatori di professione, ai quali bisogna aggiungere
anche un gruppo di dilettanti che praticano la pesca con
le reti e le lenze.
Si pescava con la rete detta rarule, con la sciabica,
la crastaullare, la tonnarella, la palammetare, la lampara.
La rarule si calava fuori Citara o di fronte alla
Chiaja, all'alba: si partiva da terra e si recuperava dopo
mezzora. Allora si catturavano quintali di vope, rotondi,
occhiate, sebbene le reti fossero limitate di lunghezza.
La sciabica si calava nelle vicinanze delle Camarate
o di fronte alla Chiaja, ma si trovava difficoltà
perché le correnti in genere non erano favorevoli.
La tonnarella veniva posta sempre dopo una mareggiata
con acque torbide in diversi posti della costa: presso le
Camarate, nelle vicinanze degli scogli Carusella, Calemma,
Pietra Nera, Guarracinara per allungarsi sul ciglio delle
alghe.
Negli anni 1940 le reti erano di cotone di canapa e si dovevano
tessere a mano.
Durante la guerra - come mi ha riferito Giuseppe di Maio
- quando uscivano con la lampara verso Citara, dovevano
mettere la luce sotto la prua della barca e spegnerla quando
lo richiedevano i soldati che erano su Punta Imperatore.
Era obbligatorio per i pescatori, prima di uscire, firmare
l'autorizzazione e la medesima cosa dovevano fare al rientro
presso una postazione di soldati che era sul porto. Dopo
la guerra fu messo il delegato di spiaggia al quale si dovevano
richiedere i documenti necessari per esercitare l'attività
di pescatore. (TORNA SU)
I pescatori adottavano tutti gli accorgimenti
possibili per proteggere e custodire le reti. Quando calavano
soprattutto la sciabica, evitavano con pazienza e maestria
scogli ed altri ostacoli; più di una volta ci si
fermava a controllare la corrente, che all'improvviso poteva
anche cambiare direzione.
Sulla spiaggia c'erano i cosiddetti spasari: tre
pertiche, di cui due verticali ed una orizzontale, su cui
venivano distese le reti perché si asciugassero alla
perfezione. D'estate si distendevano direttamente sulla
sabbia calda. Qualche pescatore addirittura staccava i galleggianti
di sughero, per evitare che la loro umidità potesse
trasmettersi al cotone della rete e ciò richiedeva
peraltro che in primavera si dovesse ricucire tutta l'armatura.
Altra operazione importante era quella di dare la tintura
per rendere le reti scure e irrobustire il cotone. Tutto
si svolgeva sulla spiaggia. Si bolliva l'acqua in una grossa
caldaia, vi si versava lo "zappino" (tannino)
prima di immergervi le reti che poi si stendevano ad asciugare.
Anche avere la disponibilità della legna da ardere
era difficile, la si procurava per tempo raccogliendo pezzi
di tavole o rami portati dalle mareggiate, all'occorrenza
si scambiavano con i contadini pesci e legna.
Oggi tutta questa accortezza non è più necessaria:
le reti, anche se bagnate, non subiscono alcun danno, poiché
il nylon è molto resistente all'acqua, anzi la preferisce
al calore del sole, dal quale deve essere protetto. (TORNA
SU)
Prima del 1940 le lampade che si adoperavano
per la pesca con la lampara o con la cianciola erano a petrolio,
poi furono introdotte quelle con accumulatori ed infine
vennero i gruppi elettrogeni.
La lampada alimentata a petrolio era costituita da un piatto
di metallo, sotto il quale, avvolto in una rete metallica,
si applicava il globo di vetro, cioè una semisfera
all'interno della quale c'erano da due a quattro "cazettelle"
(nastro di seta speciale che si bruciava ma non si consumava,
restando intatto se non veniva toccato).
La "cazettella" (1) era fissata ad un supporto
di creta cotta (una specie di portalampada) da cui partiva
una serpentina che passava su una vaschetta posta sopra
il piatto ed era collegata al tubicino che riceveva il petrolio
pompato dal serbatoio. Nella vaschetta si mettevano trecento
grammi di "spirito" che, acceso, riscaldava le
serpentine. Solo quando queste ultime erano caldissime,
si pompava il petrolio che attarversandole evaporava e giungeva
alla "cazettella" sotto forma di gas. Più
si pompava nel serbatoio, più petrolio si mandava
e più gas giungeva ad alimentare la lampada. A volte
la luce diventava fioca, perché il pescatore addetto
si addormentava. (TORNA SU)
Appena un quarto di luna appare a ponente
iniziando la fase che porta al plenilunio, sul mare, di
notte, si intravede già un piccolo movimento, unavvisaglia
di pesci. Tutte le specie si avvicinano tra di loro, forse
perché hanno maggiore visibilità e si raggruppano
al massimo quando la luna è piena. È come
se a mare ci fosse una festa, mi dice Giacinto Calise. Allora
capita che alcuni pescatori realizzano una "grande
pesca" ed altri rientrano delusi. Come quando si pescava
a sgombri con la "palammetare": si procedeva a
remi e si calavano le reti a qualche miglio dalla costa,
tra Punta Caruso e Lacco. Questo perché c'era una
certa protezione in caso di buriana. Venivano barche da
tutta l'isola: da Forio, dalla Mandra, da Ischia Ponte.
Alcune catturavano centinaia di sgombri o di palamiti, altre
neppure uno.
Spesso con la quinta (fase di luna piena) ci si recava a
pescare con la sciabica tra Punta Caruso e San Francesco
e si prendevano quintali di fragagli, rotondi, occhiate.
Erano i pescatori della tartanella che avvertivano la presenza
di tanta abbondanza, a cui però essi erano poco interessati,
in quanto pescavano soprattutto triglie, calamari, pescatrici,
scorfani.
La presenza della luna fa avvicinare sottocosta i pesci,
che si muovono come se fosse giorno.
Nel mese di settembre il mare è ricco di novellame.
Diventando poi adulti, i pesci si dividono, ma si ritrovano
ancora insieme quando c'è la luna per motivi che
forse non possiamo comprendere. Finita la luna piena, si
verifica il processo inverso e i pesci incominciano a scemare.
La luna inoltre è un segnale astronomico, consente
al pescatore, quando è lontano dalla costa, quando
la visibilità è scarsa, di orientarsi e di
ritrovare la via del ritorno. Si ricorda il detto: "Non
c'è luna senza scirocco, o tre giorni prima, o tre
giorni dopo, sia in salita che in discesa".
|