Pesca - Pescatori - Reti

La Cianciola -  I Palanchesari -  La pesca a Forio

Pazienza e maestria - Lampade e luci  - I pesci e la luna


di  Giuseppe Silvestri

 

La cianciola - Questa pesca venne praticata negli anni 1950 a Lacco Ameno dalla famiglia Patalano che vantava già una tradizione nell'attività peschereccia con i seguenti "mestieri": sciabichello, sciabica, lampara. Sei fratelli (Michele, Salvatore, Gennaro, Ciro, Aniello detto Anellino (nostro informatore), ed Adamo in perfetto accordo.
Essi acquistarono dal sig. Antonio Borgogna, che aveva nelle vicinanze del cantiere sul porto d'Ischia un distributore di benzina, un barcone che utilizzavano con un motore della potenza di 28 cavalli. Inoltre per la pesca portavano due gozzi a rimorchio con le luci.
La rete della cianciola è costituita da maglie n. 32 di cotone makò e nella parte alta porta i galleggianti (cuortëcë) più grandi del solito, mentre nella parte inferiore ha un armamento con molto piombo, lungo il quale sono disposti, a distanza stabilita, degli anelli di ferro del diametro di 10/15 cm (in genere realizzati dai fabbri locali Francesco e Leopoldo Monti), e in essi corre la cima. Per evitare strappi, tra i galleggianti e la rete, come pure tra questa e la linea del piombo, c'è una fascia larga circa mezzo metro e fatta di una maglia un poco più grande e di cotone più resistente e più spesso.
Per calare la cianciola sono necessarie due barche, una piccola ed una grande di almeno sette/otto metri e si procede in senso antiorario, da destra verso sinistra. La parte iniziale, detta racale o stazza è fissata sulla barca piccola per reggere il peso notevole del piombo durante le fasi dell'operazione. Completato il giro, si congiungono le due estremità: i racali o le stazze si portano sulla barca grande, uno a poppa e l'altro a prua.
Nei primi anni il recupero avveniva a mano con forza; in seguito cominciarono ad usarsi pulerge e trocine, infine le craparelle (argano o verricello) che, attraverso una fascia di cuoio collegata al volano del motore, girando recuperava molto più in fretta tutta la cima richiamando gli anelli che venivano a trovarsi tutti ravvicinati in una mappata che si legava alla murata della barca. Poi si recuperava la rete da sinistra verso destra e per questa operazione occorrevano quattro persone. Una tirava l'armamento dei galleggianti; due recuperavano la rete tra i galleggianti ed il piombo, la quarta recuperava l'armamento del piombo, disponendolo in perfetto ordine in modo da poter presto tutto ricominciare daccapo.
I pesci confluivano nella parte ultima di circa dieci metri, tutta a maglie più resistenti e di cotone più spesso. A volte si trattava di diversi quintali di pesce azzurro: sarde, alici, talvolta anche sgombri o palamiti che avrebbero potuto sfondare la rete se fosse stata più sottile (cosa che capitava, ricorda Anellino).
La cianciola nel periodo autunnale si calava sul ciglio delle alghe per catturare vope, sauri e soprattutto calamari. I posti prescelti erano a Lacco le vicinanze del Fungo o del Santuario, i fondali di posidonia a Forio davanti alla Chiaja e a Sant'Angelo.
Il "Legionario" dei fratelli Patalano, nel periodo primaverile, si recava a pescare nelle vicinanze della costa domiziana proprio di fronte a Lacco Ameno, su fondali di una cinquantina di metri. Tutto il pescato (si trattava sempre di pesce azzurro) in questo caso con la stessa barca veniva portato al mercato di Torregaveta o di Pozzuoli.
L'attività del "Legionario" finì in seguito ad un drammatico evento, la scomparsa di Ciro avvenuta il 14 febbraio 1962 intorno all'una di notte. Insieme ad un fratello tentava di condurre nel porto d'Ischia il peschereccio durante una furiosa mareggiata; un'onda violentissima a qualche centinaia di metri dal faro del Porto lo strappò da bordo mentre era al timone. La barca fu abbandonata sulla spiaggia e nel tempo si distrusse. Essa si trova dipinta, insieme con altre barche, su una tela del pittore Mario Cortiello che negli anni 1960 visse a Lacco ed ebbe la sua bottega proprio nelle vicinanze della spiaggia. (TORNA SU)

I palanchesari della Mandra

Pescatori che usavano le palamiti, a Ischia dette anche coffe, costruite prima con fres (cotone di canapa abbastanza resistente) e poi dopo il 1950 con il naylon; ognuna portava 42 ami, poi sempre più in aumento. Per pescare i merluzzi si usavano come esche sarde o alici, per gli altri pesci vope o fragagli.
Si girava l'isola a remi anche due volte consecutivamente per calare le coffe, per catturare murene, saraghi, ruonghi, cernie
I palanchesari della Mandra e del Borgo di Celso furono i primi che con le palamiti pescarono i merluzzi in acque molto profonde. Oggi alla Mandra esercitano questo mestiere ancora tre o quattro pescatori. Ogni pomeriggio stanno presso la loro barca per allestire le coffe; ripetendo gesti antichi, dispongono nella cesta la trave con il lacciolo ed in perfetto ordine gli ami, allineati e conficcati nel sughero.
Nel porto d'Ischia ci sono oggi alcune barche moderne di 12/13 metri con motori veloci ed alcuni giovani continuano l'attività dei loro padri. Vanno a calare le coffe verso Terracina, Gaeta, Ventotene ed oltre.

Palanchesarielli sono i pescatori che agiscono sotto costa. Qualcuno è specializzato nella pesca del sarago; per questo la coffa deve essere costruita in modo particolare ed in base alla stagione ed alle condizioni del mare viene scelta l'esca più adatta, spesso tenuta segreta.
Sempre nel porto d'Ischia ci sono anche barche di pescatori che usano il tremaglio e la sculmata.
È chiaro che oggi il numero dei pescatori è molto ridotto rispetto al passato, ma per fortuna questa antica e nobile attività, a Ischia, come a Lacco, Forio, Sant'Angelo, non si è ancora spenta del tutto, per la presenza di pochissimi giovani che continuano la tradizione delle loro famiglie. (TORNA SU)

La pesca a Forio

Negli anni 1940/50 a Forio i pescatori di professione erano pochi. Si ricordano per esempio Agostino di Maio, Luigi di Maio, Antonio Ferrero ed altri della famiglia, Guerino Caruso, Scipione del Ponte a cui si aggiunsero i Castaldi, Pezzella, Ballirano ed altri.
Si può dire, però, che nel tempo Forio sia l'unico centro dell'isola in cui il numero dei pescatori sia aumentato rispetto al passato. Attualmente vi sono più di dieci pescatori di professione, ai quali bisogna aggiungere anche un gruppo di dilettanti che praticano la pesca con le reti e le lenze.
Si pescava con la rete detta rarule, con la sciabica, la crastaullare, la tonnarella, la palammetare, la lampara.
La rarule si calava fuori Citara o di fronte alla Chiaja, all'alba: si partiva da terra e si recuperava dopo mezzora. Allora si catturavano quintali di vope, rotondi, occhiate, sebbene le reti fossero limitate di lunghezza.
La sciabica si calava nelle vicinanze delle Camarate o di fronte alla Chiaja, ma si trovava difficoltà perché le correnti in genere non erano favorevoli.
La tonnarella veniva posta sempre dopo una mareggiata con acque torbide in diversi posti della costa: presso le Camarate, nelle vicinanze degli scogli Carusella, Calemma, Pietra Nera, Guarracinara per allungarsi sul ciglio delle alghe.
Negli anni 1940 le reti erano di cotone di canapa e si dovevano tessere a mano.
Durante la guerra - come mi ha riferito Giuseppe di Maio - quando uscivano con la lampara verso Citara, dovevano mettere la luce sotto la prua della barca e spegnerla quando lo richiedevano i soldati che erano su Punta Imperatore. Era obbligatorio per i pescatori, prima di uscire, firmare l'autorizzazione e la medesima cosa dovevano fare al rientro presso una postazione di soldati che era sul porto. Dopo la guerra fu messo il delegato di spiaggia al quale si dovevano richiedere i documenti necessari per esercitare l'attività di pescatore. (TORNA SU)

Tecnica e maestria

I pescatori adottavano tutti gli accorgimenti possibili per proteggere e custodire le reti. Quando calavano soprattutto la sciabica, evitavano con pazienza e maestria scogli ed altri ostacoli; più di una volta ci si fermava a controllare la corrente, che all'improvviso poteva anche cambiare direzione.
Sulla spiaggia c'erano i cosiddetti spasari: tre pertiche, di cui due verticali ed una orizzontale, su cui venivano distese le reti perché si asciugassero alla perfezione. D'estate si distendevano direttamente sulla sabbia calda. Qualche pescatore addirittura staccava i galleggianti di sughero, per evitare che la loro umidità potesse trasmettersi al cotone della rete e ciò richiedeva peraltro che in primavera si dovesse ricucire tutta l'armatura. Altra operazione importante era quella di dare la tintura per rendere le reti scure e irrobustire il cotone. Tutto si svolgeva sulla spiaggia. Si bolliva l'acqua in una grossa caldaia, vi si versava lo "zappino" (tannino) prima di immergervi le reti che poi si stendevano ad asciugare. Anche avere la disponibilità della legna da ardere era difficile, la si procurava per tempo raccogliendo pezzi di tavole o rami portati dalle mareggiate, all'occorrenza si scambiavano con i contadini pesci e legna.
Oggi tutta questa accortezza non è più necessaria: le reti, anche se bagnate, non subiscono alcun danno, poiché il nylon è molto resistente all'acqua, anzi la preferisce al calore del sole, dal quale deve essere protetto. (TORNA SU)

Lampade e luci

Prima del 1940 le lampade che si adoperavano per la pesca con la lampara o con la cianciola erano a petrolio, poi furono introdotte quelle con accumulatori ed infine vennero i gruppi elettrogeni.
La lampada alimentata a petrolio era costituita da un piatto di metallo, sotto il quale, avvolto in una rete metallica, si applicava il globo di vetro, cioè una semisfera all'interno della quale c'erano da due a quattro "cazettelle" (nastro di seta speciale che si bruciava ma non si consumava, restando intatto se non veniva toccato).
La "cazettella" (1) era fissata ad un supporto di creta cotta (una specie di portalampada) da cui partiva una serpentina che passava su una vaschetta posta sopra il piatto ed era collegata al tubicino che riceveva il petrolio pompato dal serbatoio. Nella vaschetta si mettevano trecento grammi di "spirito" che, acceso, riscaldava le serpentine. Solo quando queste ultime erano caldissime, si pompava il petrolio che attarversandole evaporava e giungeva alla "cazettella" sotto forma di gas. Più si pompava nel serbatoio, più petrolio si mandava e più gas giungeva ad alimentare la lampada. A volte la luce diventava fioca, perché il pescatore addetto si addormentava. (TORNA SU)

I pesci e la luna

Appena un quarto di luna appare a ponente iniziando la fase che porta al plenilunio, sul mare, di notte, si intravede già un piccolo movimento, unavvisaglia di pesci. Tutte le specie si avvicinano tra di loro, forse perché hanno maggiore visibilità e si raggruppano al massimo quando la luna è piena. È come se a mare ci fosse una festa, mi dice Giacinto Calise. Allora capita che alcuni pescatori realizzano una "grande pesca" ed altri rientrano delusi. Come quando si pescava a sgombri con la "palammetare": si procedeva a remi e si calavano le reti a qualche miglio dalla costa, tra Punta Caruso e Lacco. Questo perché c'era una certa protezione in caso di buriana. Venivano barche da tutta l'isola: da Forio, dalla Mandra, da Ischia Ponte. Alcune catturavano centinaia di sgombri o di palamiti, altre neppure uno.
Spesso con la quinta (fase di luna piena) ci si recava a pescare con la sciabica tra Punta Caruso e San Francesco e si prendevano quintali di fragagli, rotondi, occhiate.
Erano i pescatori della tartanella che avvertivano la presenza di tanta abbondanza, a cui però essi erano poco interessati, in quanto pescavano soprattutto triglie, calamari, pescatrici, scorfani.
La presenza della luna fa avvicinare sottocosta i pesci, che si muovono come se fosse giorno.
Nel mese di settembre il mare è ricco di novellame. Diventando poi adulti, i pesci si dividono, ma si ritrovano ancora insieme quando c'è la luna per motivi che forse non possiamo comprendere. Finita la luna piena, si verifica il processo inverso e i pesci incominciano a scemare.
La luna inoltre è un segnale astronomico, consente al pescatore, quando è lontano dalla costa, quando la visibilità è scarsa, di orientarsi e di ritrovare la via del ritorno. Si ricorda il detto: "Non c'è luna senza scirocco, o tre giorni prima, o tre giorni dopo, sia in salita che in discesa".