Il mercato del lavoro nell'isola d'Ischia

Europa: la rivoluzione tranquilla
Assicurare un lavoro a tutti gli europei secondo le loro possibilità:
obiettivo fondamentale della politica sia dell'Unione Europea, sia degli Stati membri


di Giuseppe Mazzella  *

"Nei prossimi anni ci sarà un solo grande scontro culturale: quello tra liberali di sinistra e liberali di destra. Per gli altri non c'è spazio". L'osservazione è di Alain Minc, consulente economico dell'allora Ministro francese Michel Rocard, socialista, ed è del 1984 cioè è vecchia di 18 anni.
Con il metro della Storia possiamo dire che l'osservazione era giusta e fondata poiché gli avvenimenti successivi - soprattutto con il trattato di Maastricht del 1992 e l'introduzione della Moneta Unica dal gennaio di quest'anno (2002) - hanno confermato che il modello di sviluppo economico scelto ed accettato dai 15 Paesi dell'Unione Europea è irreversibilmente quello "liberale" prescindendo se i 15 governi nazionali siano retti da coalizioni cosiddette di centro-destra oppure di centro-sinistra. Le politiche nazionali quindi possono differenziarsi soltanto nell'ambito del liberalismo e cioè essere attuate da "liberali di sinistra" oppure da "liberali di destra".
Questa considerazione può rappresentare la chiave di lettura per spiegare l'obsolescenza delle ideologie, soprattutto dello scontro ideologico tra liberalismo e socialismo scientifico che ha caratterizzato in Europa, soprattutto, tutto il secolo XX. La caduta del muro di Berlino nel 1989 ed il successivo dissolvimento dell'Unione Sovietica con il suo modello di sviluppo collettivista o comunista hanno fatto cadere la "cortina di ferro" che separava l'Occidente dall'Oriente e quindi anche politicamente il modello della "società aperta" è risultato vincente in quei Paesi che lo hanno sempre avversato per circa un secolo.
Questa lunga premessa mi è parsa necessaria per affrontare - pur nell'ambito dell'estrema sintesi - la questione fondamentale del lavoro in Italia e in Europa.
È evidente che in una "società aperta" risulta sempre più difficile conciliare il diritto al lavoro con il diritto al profitto di impresa e quindi bisognerà rivedere la stessa concezione del "welfare state".
Non senza ragioni l'on. Giorgio La Malfa osservava di recente (Il Sole-24 ore, 23 aprile 2002) che "l'Unione politica dell"Europa può essere un fine per una minoranza intellettuale ma non è un fine per le larghe masse di elettori per i quali lEuropa o lo Stato non possono che essere un mezzo per ottenere condizioni di vita più adeguate".
"Anzi - scriveva La Malfa - continuando così l'Europa sarà sempre più un tema sul quale i governi perderanno sempre più terreno rispetto alle opposizioni" e da qui l'appello a "riflettere politicamente in modo maturo" per arrivare ad una Unione Politica non solo monetaria dei 15 Paesi.
Se quindi è vera la definizione di un altro politico francese, Jacques Delors, presidente della Commissione Europea "padre" del trattato di Maastricht, della "révolution tranquille", la rivoluzione tranquilla, per l'Europa dei 15 Paesi che rappresenta il primo caso nella Storia Moderna e Contemporanea di una Unione economica che nasce prima ancora di un'Unione politica, la questione di assicurare un lavoro a tutti gli europei secondo le loro possibilità, dando uguali opportunità a tutti, deve essere posta al primo posto nelle politiche sia dell'Unione Europea sia degli Stati membri ed intorno ad essa debbono ruotare tutte le altre poiché senza il diritto al lavoro l'Europa "non è" o è per moltissimi lavoratori esclusi dal sistema produttivo una inutile impalcatura.
La "rivoluzione tranquilla" dell'Unione Europea è caduta proprio nel tempo della "rivoluzione dell"informatica e della telematica" - paragonabile alla rivoluzione industriale inglese del XVIII e XIX secolo - e da qui una incredibile velocità per adeguare non solo i meccanismi di produzione e di circolazione delle merci ma le stesse istituzioni democratiche.
L'Italia ha quindi avviato un poderoso processo di risanamento dei conti pubblici e di modernizzazione della Pubblica Amministrazione che non hanno precedenti nella secolare Storia dello Stato Unitario.
La riforma dei servizi pubblici per l'impiego avviata nel 1997 congiunta a quella del mercato del lavoro si inseriscono nella più generale riforma dello Stato in senso "federale" che vede un protagonismo crescente delle Regioni, delle Province e dei Comuni. Riforma anche per la scuola e per l'Università se bisogna attuare la "carta europea" secondo la quale il diritto all'educazione per il cittadino non è temporaneo ma permanente.
Per assicurare una efficiente democrazia politica a tutti gli europei anche a quelli che vivono nelle aree in ritardo di sviluppo come il nostro Mezzogiorno l'Unione Europea diventa "sussidiaria" degli Stati membri e da qui il programma dei fondi comunitari per il 2000-2006 di circa 26 mila miliardi di lire per attuare la "coesione" del nostro Mezzogiorno non solo con il Nord d'Italia ma con il Nord d'Europa.
Le politiche di sviluppo quindi sono tutte tese ad incrementare l'occupazione, soprattutto giovanile, nelle aree svantaggiate del Paese, e naturalmente a "formare" i giovani per rispondere alle richieste del mercato "aperto".
Anche nell'isola d'Ischia - che ha un sistema economico imperniato sul turismo con una capacità ricettiva di circa 40 mila posti-letto capaci di far registrare circa 5 milioni di presenze pari al 42,80% dell'intera Provincia di Napoli ed al 76% dell'intera Regione Campania - le politiche di ulteriore sviluppo - pur nella ristrettezza dei vincoli paesaggistici ed ambientali - non possono che essere finalizzate all'incremento dell'occupazione e non possono non vedere protagonisti i soggetti istituzionali locali (la Regione, la Provincia, i sei Comuni, la Scuola, le Organizzazioni economiche e sociali) nell'ottica dello "sviluppo locale".
Presso il Centro per l'Impiego di Ischia sono iscritti circa 11 mila lavoratori di cui circa 8mila trovano occupazione stagionale nel predominante sistema turistico-termale-commerciale mentre circa 3mila sono "iscritti storici", la gran parte giovani e donne alla ricerca della prima occupazione. Le aziende ischitane sono circa 2 mila e vanno dal turismo ai servizi. Entro il 31 dicembre prossimo sarà completata l'anagrafe di tutti i lavoratori con i loro curricula e sarà predisposto uno studio statistico sullo sviluppo e l'occupazione nell'isola d'Ischia anche per indicare le ulteriori possibilità di espansione economica.
La "società aperta" che ci propone l'Unione Europea vede come elemento fondante lo "sviluppo locale" e prevede che tutti gli attori locali - dal Comune alla Scuola - interagiscano fra loro per velocizzare le decisioni e gli interventi.
L'Europa delle 15 Patrie è quindi non solo una "rivoluzione tranquilla" ma una sfida epocale ed una grande speranza di civiltà matura alla quale i giovani soprattutto debbono credere con grande convinzione.
* Giornalista, funzionario responsabile del Centro per l'Impiego di Ischia

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