I S C H I A


di Edmondo Cione
in Napoli di ieri e di oggi, Napoli, Morano editore, 1954

Il Panfilo, mollemente cullato da un lieve rullio e da un po' di beccheggio, bordeggia per meglio raccogliere sul fiocco e sulla randa il soffio del maestrale che lievemente alita tra occidente e settentrione, lasciando sulla sinistra Procida, e va, con una certa noncuranza sdegnosa, certo più per virtù del suo "venticavalli" che delle vele.
L'isola di Lamartine è ancora lì, come al tempi di Graziella, con la sua brulla costa tufacea vegliata dal possente Castello, con le variopinte casupole primitive dei suoi pescatori che, ancora oggi come allora, spandono le reti umide al sole, faticosamente sarciscono le vele ed industremente calafatano e verniciano gli scafi delle loro imbarcazioni...
Pure essa ha un suo fascino che le deriva dal suo aspetto pittorescamente selvaggio, dai ciuffi di verde che spuntano capricciosamente qua e là, ed infine dall'incantevole turchino del suo mare e dalla malia dei suoi colori luminosamente chiari...
All'improvviso, sulle acque leggermente increspate che scintillano al sole di mille riflessi argentei, non appena sorpassata Vivara, triste scoglio selvaggio popolato solo di conigli e d'ulivi, giganteggia la sagoma d'un altro Castello aragonese, quello che nel lontano Cinquecento, ospitò, dopo la morte di Juan de Valdés, le elette dame che si erano raccolte intorno all'affascinante riformatore castigliano: la stupenda Maria d'Aragona, la maestosa Costanza d'Avalos, la pia e dotta Vittoria Colonna, delicata poetessa e nobile ispiratrice di Michelangelo, le quali tutte si tenevano, di lì, in continua corrispondenza con la discepola favorita, che era altresì la depositaria dei manoscritti e dell'insegnamento del cavaliere spagnuolo che, allorché era in vita (così Jacopo Bonfadio) "reggeva con una particella dell'animo il corpo suo debole e magro; con la maggior parte, poi, e col puro intelletto, quasi come fuor del corpo, stava sempre sollevato alla contemplazione della verità e delle cose divine". La "discepola preferita" era la "divina" Giulia, la più bella donna del Rinascimento, che Ludovico Ariosto cinse con la ghirlanda poetica d'una famosa sua quartina:

         Julia Gonzaga, che, dovunque il piede
         volge e dovunque i sereni occhi gira,
         non pure ogni altra di beltà le cede,
         ma, come scesa dal ciel Dea, l'ammira.

Ma anche chi non conosce la suggestiva storia del Castello isclano che sorge su di uno scoglio congiunto all'isola mercé un bel ponte aragonese, rimane colpito dalla visione dell'edificio, che, erto su di una rupe trachitica bizzarramente frastagliata e trapunta da allegre macchie di verde, fa corpo con essa in guisa da creare uno scenario davvero prodigioso.
La costa isclana è poi tutta popolata da una fantastica pineta ombrosa, che si stende lussureggiante all'interno, mentre verso Punta Molino, all'altezza delle Carceri e della pittoresca Villa Colucci, le acque di cobalto lambiscono ora capricciose rocce vulcaniche, ora amenissime spiaggette solitarie, fin quando, poi, tutta la costa non si schiude in un grandioso arenile popolato di sontuosi stabilimenti, ridenti cabine ed ombrelloni variopinti.
Il porto a cui s'accede da una bocca angusta è un antico cratere subacqueo di forma ellittica, reso suggestivo dallo splendido scenario circostante, dalla fantastica vegetazione che lo sovrasta, dalla allegra folla di panfili e d'imbarcazioni che vi attraccano e dalle bianche casette che tutt' intorno gli fanno corona.
Appena sbarcati saliamo di gran corsa in una delle azzimate carrozzelle isclane, trainata da un ronzino magro, ma nervoso e scattante, e che, scalpitando fragorosamente con i ferri sul selciato di strade e straduzze pittoresche per il loro aspetto quasi orientale, s'avvia per l'erta che conduce all'Epomeo, di cui poi raggiungiamo la vetta camminando a piedi per una straducola che corre tra vigneti opimi di pampini e grappoli, tra agavi e fichi d'India, ed infine tra castagni e pini.
È uno spettacolo incomparabile quello che dall'alto si abbraccia in un raggio di oltre cento chilometri: a Nord
Il sangue, anche senza l'ausilio d'un calice di quell'Epomeo che ha l'aroma del fuoco che arde nelle viscere della terra, circola con più frequente battito nelle vene di fronte alla visione di tanta bellezza, mentre l'aria balsamica trasfonde un'acre ebbrezza in tutto l'organismo: dicono che l'atmosfera di Ischia abbia arcane virtù afrodisiache e genetiche, che forse gli scienziati di domani spiegheranno con le emanazioni radioattive della terra vulcanica, delle "fumarole" e dei "fanghi", di cui son celebri ab antiquo le virtù terapeutiche, ma che chi ha cuore d'artista non può attribuire che al prodigio animatore del suo paesaggio divino.
Dall'alto dell'Epomeo si vede tutta, in un sol colpo d'occhio, l'isola che un giorno giustamente fu detta "compendio dell'universo": ha la forma d'un trapezio irregolare, capricciosamente cosparso, qua e là, per maggior vaghezza, di promontori, di punte e d'insenature...
Attraverso l'aria che si beve a pieni polmoni, attraverso la luce che colpisce gli occhi ed i vivi colori che li incantano, attraverso l'atmosfera che da tutti i pori ti compenetra, una vitalità esuberante, prorompente, eccitante ti esalta, ti inebria e ti rapisce nel coro panìco del paesaggio, in cui l'azzurro vivace del mare si sposa al verde severo delle pinete, la chiarità squillante delle case si intona alla capricciosità estrosa della roccia vulcanica, e dove la malìa del cielo azzurro anima e dà risalto ai suggestivi scenari della marina e del monte.
Il lungomare da Casamiciola a Lacco Ameno è un incanto di riposante bellezza: ti prendono, invece, col fascino di una suggestione romantica la "Spiaggia degli inglesi", folta di pini ed irta di scogli, quella capricciosa dei Maronti, ed infine i poetici e frastagliati scogli di Sant'Anna. I bagni naturali di Cavascura ti richiamano alla memoria le illustrazioni del Doré per l'Inferno dantesco, mentre Serrara, Fontana e Barano ti trasportano in un'atmosfera semplice e primitiva, in un mondo di marinai semplici e schietti, quali li incontri nelle Ecloghe piscatorie di Sannazzaro. Sant'Angelo ti colpisce per la sua selvaggia, ed in certo senso orrida schiettezza, mentre Forio ti fa allargare l'anima con il fantastico suo paesaggio donde l'occhio vola verso l'aperto orizzonte marino sul quale il sole calante, tra mille riflessi d'oro e di porpora, fa brillare il famoso "raggio smeraldino".
È un susseguirsi di visioni fantastiche che nessun pennello può fissare e nessuna parola può definire perché tutta la vita geologica, vegetale ed animale dell'isola prodigiosa si svolge sotto il segno dell'esaltazione e della sublimazione. Le cose non le puoi più considerare nelle loro dimensioni naturali, bensì in un clima fiabesco, anzi addirittura magico e surreale, ché dall'atmosfera, dalla luce, dai colori, dall'aroma delle pinete, dalle emanazioni del suolo, dall'evaporazione delle acque, dalla traspirazione delle fumarole, dalla salsedine del mare, si leva un'aura inebriante, voluttuosa, coribantica, che t'entusiasma, t'esalta, ti trasfigura.
Perciò, anche senza voler fare della letteratura, mi pare di poter affermare in sicura coscienza che l'antico Bacco, se invece di essere un elleno, fosse stato partenopeo, non avrebbe avuto affatto bisogno di cimentarsi perigliosamente alla conquista di un regno nella lontana India, ma sarebbe assai più semplicemente sbarcato nella splendida Pithecusa, che sarebbe stata la più degna cornice per il dio della gioia, dell'ebbrezza, della felicità.