Il
Panfilo, mollemente cullato da un lieve rullio e da un po'
di beccheggio, bordeggia per meglio raccogliere sul fiocco
e sulla randa il soffio del maestrale che lievemente alita
tra occidente e settentrione, lasciando sulla sinistra Procida,
e va, con una certa noncuranza sdegnosa, certo più
per virtù del suo "venticavalli" che delle
vele.
L'isola di Lamartine è ancora lì, come al
tempi di Graziella, con la sua brulla costa tufacea vegliata
dal possente Castello, con le variopinte casupole primitive
dei suoi pescatori che, ancora oggi come allora, spandono
le reti umide al sole, faticosamente sarciscono le vele
ed industremente calafatano e verniciano gli scafi delle
loro imbarcazioni...
Pure essa ha un suo fascino che le deriva dal suo aspetto
pittorescamente selvaggio, dai ciuffi di verde che spuntano
capricciosamente qua e là, ed infine dall'incantevole
turchino del suo mare e dalla malia dei suoi colori luminosamente
chiari...
All'improvviso, sulle acque leggermente increspate che scintillano
al sole di mille riflessi argentei, non appena sorpassata
Vivara, triste scoglio selvaggio popolato solo di conigli
e d'ulivi, giganteggia la sagoma d'un altro Castello aragonese,
quello che nel lontano Cinquecento, ospitò, dopo
la morte di Juan de Valdés, le elette dame che si
erano raccolte intorno all'affascinante riformatore castigliano:
la stupenda Maria d'Aragona, la maestosa Costanza d'Avalos,
la pia e dotta Vittoria Colonna, delicata poetessa e nobile
ispiratrice di Michelangelo, le quali tutte si tenevano,
di lì, in continua corrispondenza con la discepola
favorita, che era altresì la depositaria dei manoscritti
e dell'insegnamento del cavaliere spagnuolo che, allorché
era in vita (così Jacopo Bonfadio) "reggeva
con una particella dell'animo il corpo suo debole e magro;
con la maggior parte, poi, e col puro intelletto, quasi
come fuor del corpo, stava sempre sollevato alla contemplazione
della verità e delle cose divine". La "discepola
preferita" era la "divina" Giulia, la più
bella donna del Rinascimento, che Ludovico Ariosto cinse
con la ghirlanda poetica d'una famosa sua quartina:
Julia
Gonzaga, che, dovunque il piede
volge
e dovunque i sereni occhi gira,
non
pure ogni altra di beltà le cede,
ma,
come scesa dal ciel Dea, l'ammira.
Ma anche chi non conosce la suggestiva storia del Castello
isclano che sorge su di uno scoglio congiunto all'isola
mercé un bel ponte aragonese, rimane colpito dalla
visione dell'edificio, che, erto su di una rupe trachitica
bizzarramente frastagliata e trapunta da allegre macchie
di verde, fa corpo con essa in guisa da creare uno scenario
davvero prodigioso.
La
costa isclana è poi tutta popolata da una fantastica
pineta ombrosa, che si stende lussureggiante all'interno,
mentre verso Punta Molino, all'altezza delle Carceri e della
pittoresca Villa Colucci, le acque di cobalto lambiscono
ora capricciose rocce vulcaniche, ora amenissime spiaggette
solitarie, fin quando, poi, tutta la costa non si schiude
in un grandioso arenile popolato di sontuosi stabilimenti,
ridenti cabine ed ombrelloni variopinti.
Il porto a cui s'accede da una bocca angusta è un
antico cratere subacqueo di forma ellittica, reso suggestivo
dallo splendido scenario circostante, dalla fantastica vegetazione
che lo sovrasta, dalla allegra folla di panfili e d'imbarcazioni
che vi attraccano e dalle bianche casette che tutt' intorno
gli fanno corona.
Appena sbarcati saliamo di gran corsa in una delle azzimate
carrozzelle isclane, trainata da un ronzino magro, ma nervoso
e scattante, e che, scalpitando fragorosamente con i ferri
sul selciato di strade e straduzze pittoresche per il loro
aspetto quasi orientale, s'avvia per l'erta che conduce
all'Epomeo, di cui poi raggiungiamo la vetta camminando
a piedi per una straducola che corre tra vigneti opimi di
pampini e grappoli, tra agavi e fichi d'India, ed infine
tra castagni e pini.
È uno spettacolo incomparabile quello che dall'alto
si abbraccia in un raggio di oltre cento chilometri: a Nord
Il sangue, anche senza l'ausilio d'un calice di quell'Epomeo
che ha l'aroma del fuoco che arde nelle viscere della terra,
circola con più frequente battito nelle vene di fronte
alla visione di tanta bellezza, mentre l'aria balsamica
trasfonde un'acre ebbrezza in tutto l'organismo: dicono
che l'atmosfera di Ischia abbia arcane virtù afrodisiache
e genetiche, che forse gli scienziati di domani spiegheranno
con le emanazioni radioattive della terra vulcanica, delle
"fumarole" e dei "fanghi", di cui son
celebri ab antiquo le virtù terapeutiche, ma che
chi ha cuore d'artista non può attribuire che al
prodigio animatore del suo paesaggio divino.
Dall'alto
dell'Epomeo si vede tutta, in un sol colpo d'occhio, l'isola
che un giorno giustamente fu detta "compendio dell'universo":
ha la forma d'un trapezio irregolare, capricciosamente cosparso,
qua e là, per maggior vaghezza, di promontori, di
punte e d'insenature...
Attraverso l'aria che si beve a pieni polmoni, attraverso
la luce che colpisce gli occhi ed i vivi colori che li incantano,
attraverso l'atmosfera che da tutti i pori ti compenetra,
una vitalità esuberante, prorompente, eccitante ti
esalta, ti inebria e ti rapisce nel coro panìco del
paesaggio, in cui l'azzurro vivace del mare si sposa al
verde severo delle pinete, la chiarità squillante
delle case si intona alla capricciosità estrosa della
roccia vulcanica, e dove la malìa del cielo azzurro
anima e dà risalto ai suggestivi scenari della marina
e del monte.
Il lungomare da Casamiciola a Lacco Ameno è un incanto
di riposante bellezza: ti prendono, invece, col fascino
di una suggestione romantica la "Spiaggia degli inglesi",
folta di pini ed irta di scogli, quella capricciosa dei
Maronti, ed infine i poetici e frastagliati scogli di Sant'Anna.
I bagni naturali di Cavascura ti richiamano alla memoria
le illustrazioni del Doré per l'Inferno dantesco,
mentre Serrara, Fontana e Barano ti trasportano in un'atmosfera
semplice e primitiva, in un mondo di marinai semplici e
schietti, quali li incontri nelle Ecloghe piscatorie di
Sannazzaro. Sant'Angelo ti colpisce per la sua selvaggia,
ed in certo senso orrida schiettezza, mentre Forio ti fa
allargare l'anima con il fantastico suo paesaggio donde
l'occhio vola verso l'aperto orizzonte marino sul quale
il sole calante, tra mille riflessi d'oro e di porpora,
fa brillare il famoso "raggio smeraldino".
È un susseguirsi di visioni fantastiche che nessun
pennello può fissare e nessuna parola può
definire perché tutta la vita geologica, vegetale
ed animale dell'isola prodigiosa si svolge sotto il segno
dell'esaltazione e della sublimazione. Le cose non le puoi
più considerare nelle loro dimensioni naturali, bensì
in un clima fiabesco, anzi addirittura magico e surreale,
ché dall'atmosfera, dalla luce, dai colori, dall'aroma
delle pinete, dalle emanazioni del suolo, dall'evaporazione
delle acque, dalla traspirazione delle fumarole, dalla salsedine
del mare, si leva un'aura inebriante, voluttuosa, coribantica,
che t'entusiasma, t'esalta, ti trasfigura.
Perciò, anche senza voler fare della letteratura,
mi pare di poter affermare in sicura coscienza che l'antico
Bacco, se invece di essere un elleno, fosse stato partenopeo,
non avrebbe avuto affatto bisogno di cimentarsi perigliosamente
alla conquista di un regno nella lontana India, ma sarebbe
assai più semplicemente sbarcato nella splendida
Pithecusa, che sarebbe stata la più degna cornice
per il dio della gioia, dell'ebbrezza, della felicità.
|