LA RASSEGNA D'ISCHIA

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Il viaggio

di Carmine Negro

   Sei tu a guidare, per le parole che ci siamo detti, per tutte quelle che con molta attenzione ci siamo nascosti, per discrezione, per convenienza, per mancanza di coraggio.
  Dopo l'incrocio, un percorso rettilineo di un centinaio di metri, una curva a destra che immette su quella che era la porta dell'autostrada e che ora è un anomalo allargamento del percorso stradale. La carreggiata ora si fa più stretta ed è quasi compressa tra gli scheletri dell'archeologia industriale. Sono capannoni e palazzi, spesso in stile, una volta legati allo sviluppo e al progresso ed ora pervasi dal disfacimento e dal degrado. Guardo avanti, poi dietro, poi ancora in avanti, lateralmente; altre macchine ci sorpassano. Ho attenzione solo per il tuo profilo che distrattamente fingo di incontrare nei vari passaggi. Sei sempre bella, oggi ancora di più. Chiudo gli occhi e rincorro momenti non so se per perderli o ritrovarli. Sfioro con le dita il naso, il collo, sposto con le labbra la ciocca ribelle. I baci furtivi sulla schiena profumata ancora umida mentre arricci il volto, ripeti che devi asciugarti, lasci scivolare lentamente l'accappatoio.
  Siamo sull'autostrada, ci sono tre corsie e non c'è traffico. Il cielo è cupo grigio, scure sono le montagne che chiudono l'orizzonte. Fisso l'asfalto con le linee bianche che si susseguono tutte uguali e senza storie. Mi sento smarrito senza punti di riferimento, per la prima volta senza un pensiero per la mente che non abbia il sapore dell'abbandono. La fragranza, la fragranza assassina al sapore di gelsomino si mescola al profumo della pelle, cattura i miei sensi, non riesco ad immaginarmi senza te, non riesco a pensarti senza me e intanto ritorno sulle linee che dividono le carreggiate dell'autostrada tutte uguali eppure tutte diverse. Mi riportano alla tortura del ticchettio nervoso e ripetitivo dei tasti del telefonino che in una sorta di girandola ossessiva riempiono ogni angolo della casa dalla cucina al bagno, dallo stanzino alla stanza da letto. Avevamo deciso già del nostro destino, anch'io avevo le mie nuove telefonate, eppure ogni pressione su uno qualsiasi dei tasti mi feriva. Vogliamo essere sempre al centro di tutte le attenzioni, anche se siamo la causa prima delle disattenzioni. Fuori, l'aria è gelidamente pungente, nell'auto si fa tiepida ma dentro è di nuovo glaciale, blocca le guance, le rende incapaci di espressione, non consente di articolare parole. Sembriamo due cellulari che si sfiorano eppure incapaci di sintonizzarsi. La guida è nervosa: sorpassi in terza fila a forte accelerazione si alternano a lenti, solitari e monotoni percorsi in prima. Il volto di Plauto su foglia d'oro, che ti faceva sorridere quando l'irritazione increspava la fronte e accigliava lo sguardo, è ritornato maschera. È sospeso al bracciale tra mille altri monili estranei e senza storia. Di tanto in tanto sfida l'anonimato, urta il cornetto che trova a fianco; se ne ricava un tintinnio acuto e a tratti stridulo. Mi guardi, abbozzi un sorriso; hai sulle labbra il rossetto viola carico che io ho sempre odiato. Cerco di calcolare i chilometri che ancora mi separano dalla destinazione e non so se sperare che il tempo passi più velocemente o più lentamente. La distanza si assottiglia e con essa le certezze della partenza. La vestaglia piena di merletti della prima notte che mia nonna teneva ancora conservata nell'armadio; una notte che avrebbe segnato tutta una vita e avrebbe definito per sempre posto e ruolo. Lo sguardo deciso di mio nonno che sapeva di certezza. Tornavo senza un modello, ora che quello di partenza non aveva retto alla forza travolgente degli eventi, allo scorrere del tempo. All'uscita dell'autostrada il tuo sguardo si posa nervosamente sul display del cellulare, cerco di non farci caso. Lungo i bordi della strada giovani donne color cioccolato, dai corpi traboccanti nelle loro succinte uniformi, marcatamente truccate, sorridono, fanno l'occhiolino, ostentano la propria merce; la mia accompagnatrice abbozza un segno di ripulsa, continua in fretta la propria corsa. Il cavalcavia immette nel dedalo di strada che porta a casa frutto delle sovrapposizioni di scelte e di convenienze personali che spesso hanno negato interessi e bisogni generali. Cosa dirò appena arrivati? Le chiederò di scendere. No, va di fretta. Le chiederò di farsi sentire. No, vuole essere libera, organizzarsi senza vincoli. Mi converrà aspettare, rispondere alle sue domande. La strada fatta tante volte insieme mi sembra nuova, strana, estranea.
   Al portone rallenta, ferma l'auto ma non il motore: ha fretta. Dai sedili posteriori prelevo il mio borsone. Apro la porta per scendere mi tira per un ultimo gelido bacio sulla guancia dal sapore viola carico che io ho sempre odiato.