L'ultimo porto
di Carmine Negro
Forio: lo straniero che passa, e non
solo quello, lancia occhi distratti su ciò che incontra lungo
il cammino; il nonno che ha condiviso la propria esistenza con questi
luoghi e riesce a dar voce alle piccole pietre nascoste tra i muri
prova profonda amarezza quando queste vengono ammutolite per sempre
e rese incapaci a costruire il futuro.
Il ruggito violento di una grossa ruspa riempie l'aria di un fumo
intenso ma una nodosa ramificazione secondaria non allenta la sua
presa al terreno. Una breve rincorsa e all'incursione successiva si
lacera, dismembrandosi nelle fibre chiare del suo parenchima. Ora
la vista è completa: le nodose radici, il tronco glabro, i
poderosi rami, la miriade di foglie che ancora ignare continuano a
sventolare al fresco vento del mattino. Il pensiero rincorre immagini
vecchie e consunte, mentalmente ripetute per paura che possano scomparire,
nell'attesa e nella speranza di poterle depositare.
Stava ritto e maestoso, sempre presente. Di mattino proteggeva il
vocio dei più giovani in cerca di sicurezza, alla controra
era frescura per le donne adunate a ridere e ad intrecciare cestini;
raccoglieva, di sera, le confidenze degli uomini "accrocchiati"
tra un gruppo di opachi bicchieri ed un fiasco di vino. Il nonno guarda
la scena dall'alto. Altre macchine sterrano per il nuovo fabbricato.
Pensa al nipote, avrà finalmente la casa. Potrà sposarsi.
Il passo è lento e prima del pranzo la solita passeggiata al
porto.
Il percorso diventa più intimo e più raccolto quando
si immette in quella stradina interna che dal corso si muove in direzione
della costa: via Torrione. I rigonfiamenti, le contrazioni, le improvvise
deviazioni adeguandosi alle esigenze e alla conformazione degli spazi
delle case conferiscono a questa parte del centro storico una pregnante
peculiarità. All'inizio la strada è larga non più
di due metri. Uno strato di asfalto e di ignoranza ha contaminato
i vecchi "basoli" deturpando l'antico selciato. Ma nella
sua passeggiata il nonno suole fissare i punti di sconnessione, seguire
l'occulto intersecarsi delle pietre. Dopo un tratto in salita ed una
lieve deviazione la strada si allarga in un familiare spazio interno.
Sulla destra la facciata della casa ex d'Ascia che con il lieve arretramento
ed il lieve divergere rispetto alle altre fabbriche della via realizza
una quinta prospettica per lo spazio urbano. Osserva l'ingresso a
doppia rampa, il portale in pietra lavica sormontato da una rostra
a coda di pavone, la copertura del pozzo che ricorda la facciata della
chiesa di S. Maria di Visitapoveri, il giardino interno. Constata
lo stato di fatiscenza e di abbandono sottolineato dalla superfetazione
di corpi aggiunti che in tutto il percorso spesso cozzano con le più
elementari norme di armonia architettonica oltre che di buongusto.
A sinistra lo sguardo è tutto preso dalla grande torre. Le
forze del vento ne segnano il tempo. Le sue poderose mura, che pure
si ergevano a simbolo della difesa, nulla possono contro i nuovi corsari.
I loro comandanti hanno consentito che invadessero il territorio e
l'aggredissero con cemento e mattoni. Il recupero del primo piano
a centro culturale risulta ancora troppo timido e frammentario, del
museo al secondo poi...
Alla fine della discesa di Scaro l'ingresso del Palazzo Covatta. Mai
le forme barocche ed orientali hanno avuto come in questa costruzione
più felice sintesi. Il ricordo va a donna Rachele che da questo
palazzo si affacciava per godere la meravigliosa vista sul mare. Alla
curva lo sguardo diventa cupo. La Cappella Regine che con la sua cornice
di marmo bianco disegnava il frontone e lo stipite della porta e sovrastava
le gradinate di Soprascaro non esiste più. Non riesce ad immaginare
come lo scempio possa arrivare fino a questo punto. E le responsabilità,
se mai si trovassero, non potranno restituire quelle pareti coperte
di marmi dorati incastonate di madreperle e lapislazzuli in svariati
e armonizzati disegni, o l'altare, o l'artistica statua del Sammartino.
Nelle intenzioni del proprietario doveva essere un piccolo museo di
arte ad ornamento e decoro dei suoi discendenti e a lustro del suo
paese. Povero don Pietro, poteva risparmiarsi la fatica!
Gli altri gradini vengono percorsi col capo abbassato. Almeno per
oggi vuole evitare gli altri portali rozzamente deturpati. Ed eccolo
finalmente respirare l'aria della marina.
Una grande quantità di sabbia cristallina che, come un unico
grande piano inclinato, unisce il promontorio al mare si dischiude
ai suoi occhi. Sulla sommità, in controluce, giovani corpi
piroettano nell'aria tersa ma già calda del mattino. Qualcuno
si cimenta in una capriola e poi tutti di corsa sulla pendenza per
il tuffo. E l'acqua limpida lì a detergere col sudore i grani
silicei tenacemente attaccati alla pelle. Quella del porto era la
spiaggia principale di Forio ed era lì che ci si ritrovava,
per le sabbiature, per il bagno. Per passare delle ore in compagnia.
L'intensità della luce è amplificata dalla superficie
del mare e gli occhi per difendersi si trasformano in due sottili
fessure. Il nonno sbircia la vecchia costruzione ricoperta di intonaco
e colorata a tratti di un volgare rosso, segue la corsa distinta di
una berlina nera, lucidata a nuovo. Il suo occhio è attento
ed è vigile. È l'occhio di chi, abituato a stare in
questo tipo di luce, riesce a graduare con impercettibili movimenti
le minute variazioni.
La strada ha molto ridimensionato il piano di sabbia dell'antica spiaggia
e il marciapiede la divide dagli ampi spazi prospicienti i locali
che costeggiano il porto. Una volta questi erano un insieme di grotte
scavate nel tufo che aspettavano l'esito delle trattative per essere
svuotate. Fuori, al largo, i bastimenti con le vele arrotolate, attendevano.
I più grandi avevano fino a tre alberi e arrivavano alla costa
ligure o al più lontano Porto Said. Le trattative erano contrastanti.
C'era chi cercava un prezzo favorevole per aumentare il proprio margine
di guadagno e chi, dopo aver lavorato per un anno a ripulire le parracine,
i viottoli, le viti, cercava di integrare il magro guadagno di un
raccolto povero con questa vendita. E poi le botti calate a mare galleggiavano
sulla superficie dell'acqua, mentre un paranco le attendeva per issarle
a bordo.
Il porto, questo porto, quanti ricordi nasconde!
Al porto si correva quando le campane del Soccorso o della Chiesa
di San Gaetano annunziavano un arrivo o scandivano una partenza. Era
qui che si respirava la palpitazione di chi attendeva o il silenzio
cupo di chi ammutoliva per un distacco.
Il porto non era il solito luogo, era qualcosa di più, era
l'anima intorno a cui ci si riuniva, era uno dei simboli di questa
terra. Ed è stato un grande dimenticato, una promessa tradita.
Forse avrebbe consentito una alternativa utile a tutti. Certe vecchie
attività adattate ai tempi nuovi avrebbero evitato di svendere
questa all'offerente che paga di più, sommergendola e sommergendoci.
Che strano, ora che si è più ricchi, si è più
poveri, perché più dipendenti e soprattutto più
vulnerabili. Ma per avventurarsi in nuovi e inesplorati sentieri si
ha bisogno della via già percorsa, di andare in profondità.
Come l'albero, il vecchio albero del cortile. Il protendersi di un
nuovo ramo sottendeva una radice approfondarsi nelle viscere più
nascoste.
Questi pensieri affollano la mente del nonno mentre si avvicina al
cantiere dove fervono i lavori per la nuova arteria. La sabbia viene
riversata tra il nuovo muro di cemento e la vecchia strada, una volta
poco più di un viottolo, coprendo gli antichi frangiflutti
costruiti a mano. Un gruppo di canne palustri si mostra riottoso e,
dopo aver sfidato le avversità crescendo in un anfratto arido,
non vuole abbandonare questo habitat così faticosamente conquistato.
Ma la sua resistenza è vana e le miriadi di pulsanti cellule
vegetali vengono via via sommerse dalla sabbia e dai calcinacci. Un
signore con in braccio un fascio di disegni e documenti spiega il
nuovo progetto-porto. Il modello è stato costruito e sperimentato
in Inghilterra per evitare l'insabbiamento e per assicurare un più
sicuro ancoraggio. Il nonno si chiede se si doveva arrivare fin lassù
per un progetto e poi quanti ce ne sono stati che non hanno mai visto
la luce e/o che sono stati prematuramente abbandonati. Ma che importa,
l'ultimo porto è colorato di speranza! E, per festeggiare,
questa sera ritornerà.
L'aria della sera, calda e umida, tiene prigioniera la brezza marina
negandole il respiro. Un enorme spicchio di luna fortemente ripiena
di luce riflessa domina lo sguardo in lungo e in largo. Ma chi è
abituato a scrutare nei meandri più oscuri sa andare oltre
e cogliere quello che la volta nasconde e sa offrire all'osservatore
attento seducenti e remoti luccichii astrali.
Il nonno, mentre cammina, volge lo sguardo al mare per vedere e rivedere
quella scia luminosa che adagiata sul pelo dell'acqua lo segue. Non
ha voglia di tornare a casa questa sera. Vorrebbe aspettare l'alba.
Ma l'alba, lo sa, non è sua. È troppo vecchio per attendere.
Gli occhi gonfi per una volta non hanno bisogno di nascondersi.
Si rivede correre sul ponticello, sentire nelle narici il petrolio
delle lampare per i totani, sgridare la baldanza giovanile incurante
dei pericoli.
Il boato radente di una moto che gli sfreccia accanto lo distoglie.
Indietreggia. Deve lasciare il posto e con esso quello spazio vitale.
I "tempi" nel tempo si sono notevolmente accordati. I ritmi
sono diventati troppo differenti. Mentre si allontana riscopre il
sasso, il suo sasso, il vecchio sasso, su cui aveva visto seduto il
padre e ancor prima il nonno. Da quel sasso mostrava orgoglioso la
pesca abbondante. Da quel sasso accettava compiaciuto i complimenti,
vuoi che i volti fossero familiari e bruciati dal sole e dalla salsedine,
vuoi che i volti fossero estranei e arrossati da prolungate e forzate
esposizioni.
Lo guarda un attimo titubante. Poi si siede e attende. Attende una
nuova stagione. Una stagione che sappia crescere in molti rami, sappia
svilupparsi in nuove foglie, sappia cogliere nuovi frutti ma soprattutto
una stagione che sappia guardare l'albero senza dimenticare le radici.
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