LA RASSEGNA D'ISCHIA

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Napoli / Mostre - San Martino

Micco Spadaro
(Napoli ai tempi di Masaniello
)                               1 | 2

La mostra su Micco Spadaro che si è aperta il 21 aprile negli spazi sontuosi e monumentali della Certosa di San Martino offre uno spaccato delle arti a Napoli nel Seicento. Con questa esposizione, la Soprintendenza, proseguendo quel lavoro sulla valorizzazione del "secolo d'oro" delle arti programmato da Raffaello Causa, punta ad approfondire e diffondere la conoscenza del Seicento napoletano.

di Carmine Negro

    Nel Seicento lo spettacolo offerto dalla città era impressionante per la moltitudine, la vivacità e la sonorità che la animavano.
   Scrive il Capaccio:
"Vado per la città & oltre a gli arteggiani che assistono che sono innumerabili, oltre a quei che rimangono nell'habitationi, veggo per ogni strada, ogni vico, ogni cantone, tanta frequenza di popolo che mi urtano, mi calpestano & hò difficoltà di uscir di mezzo a loro. Vado nelle chiese dove si predica, che sono tante e le ritrovo pienissime di popolo, e per la città pare che non manchi alcuno. Vado ne i tribunali, & è un miracolo veder tanta radunanza, e pur le strade non una o diece, ma tutte pienissime di gente a piedi, a cavallo, in carrozze, con un sussurro per tutto come fusse il bombo dell'api, sì che nessuna cosa mi è più difficile che l'andare attorno per Napoli; & vada pur dove si voglia, & in qualunque hora del giorno" (1).

   Già nel corso del Cinquecento Napoli era diventata una enorme metropoli, e per la sua popolazione era inferiore nell'Europa occidentale solo a Parigi. Erano stati i privilegi della città ad attrarre tante persone da tutte le province del Regno. I cittadini napoletani potevano essere citati in giudizio solo a Napoli. Non pagavano le imposte dirette come gli altri abitanti del Regno ma solo imposte, tasse e gabelle comunali. Alla città era assicurato un costante e sufficiente rifornimento di grano per cui non si avvertiva il peso della carestia che frequentemente colpiva a quei tempi la popolazione. Il pane aveva un prezzo politico e non di mercato (2). Gli spagnoli avevano elargito questi privilegi perché avevano individuato nella città la chiave del controllo di tutto il paese: controllare e possedere Napoli significava controllare e possedere il Regno. Per questo motivo vi avevano concentrato l'amministrazione regia e fatto in modo che tutto il paese guardasse alla capitale come al centro dell'intera vita meridionale. L'aristocrazia delle province, in particolare il baronaggio, antagonista tradizionale della monarchia fu indotta, per dimostrare la propria lealtà politica, a trasferirsi nella capitale. Sorsero grandi palazzi nobiliari e lo stesso Palazzo Reale, che ospitava il viceré, fu ingrandito e reso tra i più imponenti dell'epoca. Nell'antica reggia normanna e sveva di Castel Capuano furono concentrati tutti i tribunali. La reggia angioina e aragonese di Castel Nuovo fu trasformata in una potente fortezza. Da questa fortificazione insieme a Castel dell'Ovo, il Torrione del Carmine e il Castello di S. Elmo la città era fortemente difesa contro i nemici esterni e anche contro le agitazioni e i disordini interni (3).
   L'eruzione del 1631 suscitò un'impressione fortissima nella città. Da secoli il vulcano non manifestava la sua potenza eruttiva (4). I danni subiti a seguito dell'attività vulcanica non furono lievi, come evidenzia uno dei migliori cronisti napoletani dell'epoca, Antonio Bulifon : "... la mattina osservato (16 dicembre 1631 ndr) fu dalla cima del monte alzarsi in aria densissima nube che, tortuosamente raggirandosi, tanto in alto s'ergea che non potea talora raffigurarsi dall'occhio. Si diffuse poscia e si sparse a poco a poco sopra la città in maniera che cangiò quel giorno, tutto che sereno fosse, in oscurissima notte. Vomitò alla fine dopo l'apertura d'una immensa voragine con tanta furia il monte torrenti di fiamme, di cenere e di pietre, che inondando tutto il paese, ne portarono seco con rapidissimo corso diciassette terre, tra le quali la Torre dell'Annunziata, quella del Greco, Bosco, Nola, Resina, Portici, Somma, Ottaviano, Marigliano, Aversa, Pomigliano d'Arco e molte altre vicine, con una gran quantità d'alberghi ed abitanti, ..." (5).

   Fu ancora Bulifon a ricordare nel maggio 1639 la morte di Tommaso Campanella, che dopo 27 anni passati in prigione a Napoli per la rivolta organizzata in Calabria nel 1599, divenuto nemico della monarchia spagnola da lui in un primo tempo esaltata, si era rifugiato in Francia acquistandovi prestigio culturale e politico (6).

   Un altro evento importante per la città fu senza dubbio la rivolta del 7 luglio 1647. La pressione fiscale e il costo della vita furono alla base della rivolta; altri motivi concorsero alla ribellione: l'avversione al peso feudale, il tentativo di rovesciare il rapporto di forza con il baronaggio, la secolare contesa tra il Popolo e la Nobiltà della città di Napoli, il disorientamento della nobiltà, il disagio dell'apparato amministrativo, varie correnti di avversione alla Spagna tra cui la Chiesa che cercò di rinforzare i propri privilegi giurisdizionali. Masaniello rimase sulla scena della rivolta per dieci giorni; il 17 luglio egli moriva e con lui la giovane rivoluzione. Il suo nome rimase come emblema di quel movimento e fu il nome napoletano più noto nel Seicento e nel Settecento.
   La peste del 1656 fu senza dubbio una delle catastrofi più grosse che la città ha dovuto subire. Narra il Parrino: "Ma vi voleva altro, che Lazzaretto, per ricevere tutti gli infermi della Città; e nel mentovato di San Gennaro for delle mura, dove s'erano preparati cinquecento letti, v'entrarono in due giorni mille, e cinquecento ammalati. Così fu necessario prendere tutte le case di quella valle, ed empiere non solamente tutti gli Spedali, ma aprirne due altri... Riuscirono però vani questi disegni; conciosiacosachè attaccatasi la pestilenza non solamente in tutti i quartieri, ma in tutte le case della Città, con morte d'otto, e diecimila persone al giorno, si vide Napoli in un momento ridotta in un miserabile Lazzaretto, in un'orribile cimiterio" (7). Napoli avrebbe impiegato molto tempo a ripopolarsi. Il livello del 1630 non fu raggiunto che due secoli dopo. La ripresa economica non fu meno difficile; più rapidamente si sviluppò una nuova fioritura culturale che avrebbe accompagnato la città già nella seconda metà del Seicento (8)

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