Dal 19 marzo al 24 luglio 1994 una grande mostra a Castel Sant'Elmo
Settecento napoletano
Sulle ali dell'aquila imperiale (1707-1734)
Protagonista principale dell'esposizione Francesco
Solimena, il maestro napoletano più richiesto e celebrato dai
sovrani e dai grandi committenti d'oltralpe nel primo trentennio del
'700
di Carmine Negro
Questa mostra indaga sulle arti figurative nel primo
trentennio del Settecento a Napoli e si inserisce in quel denso programma
di iniziative culturali, iniziato nel '79 con la mostra sul Settecento
e proseguito con altre manifestazioni espositive sulla civiltà
del Seicento, sulle gouaches, sul vedutismo, su Battistello Caracciolo
e su Jusepe de Ribera, da parte della Soprintendenza ai Beni Artistici
e Storici di Napoli.
Questo programma, iniziato quando era ancora soprintendente Raffaello
Causa, ha avuto "il merito di recuperare in un ambiente come
quello napoletano da tempo socialmente depresso e culturalmente emarginato,
nuovi e diffusi interessi, in un insieme di ritrovate emozioni e malcelato
orgoglio, per le vicende di una lontana ma straordinaria stagione
di storia, di arte e di altissima civiltà" (Nicola Spinosa,
Catalogo, p. 15).
Dopo due secoli di dominazione spagnola (dal 1502
al 1707) Napoli, occupata nel 1707 dalle armi austriache, riconobbe
per suo sovrano Carlo d'Austria, prima come Carlo III di Spagna e
poi come Carlo VI imperatore, obbedendo per ventisette anni ai viceré
che questi successivamente vi mandò.
La dominazione austriaca (1707 - 1734) trovò una città
caratterizzata da una stasi economica dovuta anche alla nuova epidemia
del 1691 e allo strapotere delle gerarchie ecclesiastiche che si traduceva
, tra l'altro, in un continuo processo di incameramento degli immobili
urbani; ciò contribuiva a renderne sempre più sostenuto
il prezzo di mercato e di utenza, soprattutto di quelli a destinazione
residenziale.
L'azione energica contro la curia romana e i detentori di benefici
degli ex domini spagnoli assicurò agli Asburgo il consenso
dei circoli anticuriali di Napoli, composti per lo più da giuristi
e funzionari reali di formazione storico-giuridica. Il problema della
dinamica politica e sociale era caratterizzato dalla preminenza del
"ministero togato" a cui Vienna si affrettò ad assicurare
autonomia, ben conoscendo il potere del ceto forense nella vita politica
della città (Raffaele Ajello - Gli "afrancesados"
a Napoli nella prima metà del Settecento. Idee e progetti di
sviluppo in I Borbone di Napoli e i Borbone di Spagna. Un bilancio
storiografico. Atti del Convegno internazionale, Napoli 1985, vol.
I), e soprattutto l'ascesa del "ceto civile", parte del
popolo da cui talora si distinguevano o nel quale talora si confondevano
(Pasquale Villani - Il panorama del ceto civile su Il Mattino, 2 aprile
1994). "Civili" che Tiberio Carafa, illustre rappresentante
della vecchia nobiltà, soleva definire come "quei benestanti
del napoletano popolo, i quali per nuove ricchezze insuperbendo presumevano
con la vecchia nobiltà gareggiare".
Ma se il Regno di Napoli era un mondo sconosciuto al sovrano asburgico
e poco conosciuto ai suoi stessi viceré, non lo era certo ad
un'Europa colta che dalla letteratura di viaggio o dal proprio grand
tour, ben conosceva il fiorente territorio intorno a Napoli che per
la bellezza e la sbalorditiva fertilità appariva come una sorta
di Paradiso naturale.
Nel mondo della pittura, Napoli assume un posto di primissimo rango
tra i centri di produzione artistica europea ed è per opera
di Francesco Solimena che la pittura settecentesca risulta determinata
nei suoi tipi, nei suoi caratteri , nelle sue finalità decorative.
L'architettura barocca nelle sue successive fasi
di sviluppo chiedeva alla pittura un'alleanza più precisa,
una "sommessione" più convinta di quella che le poté
mai chiedere l'architettura antecedente per i suoi fasti di colore.
Nessuno come Francesco Solimena poté mai sentire la necessità,
per l'arte propria, di uno stato di subordinazione compiaciuta al
carattere degli organismi architettonici: architetto egli stesso,
fu maestro ai maggiori esponenti dell'architettura napoletana (Sanfelice,
Nauclerio, Vaccaro), prima dell'avvento di Luigi Vanvitelli e di Ferdinando
Fuga. I numerosi e fecondi pittori della scuola del Solimena sono
dotati di sufficiente solidità pittorica per sviluppare in
modo autonomo le proprie fantasie coloristiche. Purtuttavia ciascuno,
nel proprio campo, rilavora e varia gli schemi compositivi e decorativi
che l'artista aveva fissati. Lo spirito informatore della pittura
di Francesco Solimena per gran parte ispirata dal Preti o dal Giordano,
domina sovranamente sull'intero secolo; ed ' per esso appunto che
si realizza in Napoli quel serrato carattere unitario che l'arte settecentesc
a assunse nelle sue varie manifestazioni materiali, nei centri di
più viva e attiva produzione. Attraverso una docile sottomissione
alle linee sagomate dell'edilizia tarda settecentesca la pittura del
nuovo secolo riesce a una agevole conquista dell'architettura, la
suggestiona con la norma dei suoi principi fondamentali, la distoglie
più che mai dal senso della centralità strutturale per
indurla a ricerca di "punti di vista" scenografici (Napoli
e dintorni - CTI Milano, 1976 - Guida d'Italia del TCI).
La pittura del Solimena è indirizzata nel
decennio 1680 - 90 al tentativo di conciliare esigenze di monumentalità
compositiva e concretezza formale con soluzioni di pittoricismo aereo,
luminoso e rischiarato di derivazione giordanesca: Apelle ritrae Pancaspe
alla presenza di Alessandro Magno - Zeusi dipinge Venere prendendo
a modello le fanciulle di Crotone (1685 - 1690). Negli anni '90 nuovi
interessi per l'esperienza di Mattia Preti lo spingono ad una pittura
vigorosamente chiaroscurale e di forte intonazione luministica; non
sono da dimenticare i frequenti interessi al classicismo di Maratta
e di alcuni francesi formatisi nell'ambito classicista di Le Brun:
Adorazione dei Pastori (1695).
Nel 1700 Solimena stabilisce intensi legami con il mondo poetico e
letterario dell'Arcadia, compie un breve viaggio a Roma ed è
in contatto con ambienti avanzati della cultura napoletana di orientamento
razionalista.
E' di questo periodo Aurora e Titone, tela eseguita tra il 1705 e
1708 secondo De Dominici, per il procuratore veneziano Canale. Aurora
annuncia gli albori del giorno e si separa dallo sposo Titone, che
pare levarsi a fatica dal suo giaciglio e, accecato dalla luce dell'alba,
si protegge gli occhi con il braccio. Aurora, destinata ad amare la
giovinezza e la bellezza, aveva ottenuto da Giove l'immortalità
per Titone, ma aveva dimenticato di chiedergli anche l'eterna giovinezza
per l'amato. Il mito narra l'eterno ripetersi del giorno e della notte
che inizia pieno di freschezza e termina esausto. Infatti Aurora prende
commiato ogni mattina da un uomo sempre più vecchio e decrepito
(Inni omerici 2, 218 e segg.). Il dipinto oscilla tra un classicismo
d'impronta marattesca e la ripresa di motivi stilistici pretiani;
fu questa commistione di stili a rendere il Solimena interessante
durante la fase austriaca, in particolare per i suoi committenti d'oltralpe.
L'eccezionale succcesso internazionale conquistò al pittore
importanti incarichi, soprattutto da parte di prestigiosi committenti
austriaci e bavaresi per la decorazione di cappelle e residenze private
e per l'esecuzione di ritratti ufficiali: Conte Daun, Elettore di
Magonza, Conte di Althann, Principe Eugenio di Savoia, Conte Harrach.
A partire dal 1734 in coincidenza con la formazione del nuovo regno
indipendente di Napoli con Carlo di Borbone, il Solimena tornò
ad una pittura di rinnovata veemenza barocca di sostenuta ampiezza
compositiva e accresciuta intensità cromatica.
Per ritornare al periodo indagato dall'esposizione ricordiamo ancora
la bellissima tela riprodotta come "locandina" della mostra
stessa: Didone accoglie Cupido nelle sembianze di Julio Ascanio ed
Enea (1710) attualmente presso il National Gallery di Londra, l'Autoritratto
del 1715/20 circa, la splendida Resurrezione dell'Österreichische
Galerie di Vienna datata 1720/25.
L'arte napoletana prima ancora che De Dominici potesse definirne storiograficamente
l'identità aveva sedotto un viceré mecenate come Aloys
Thomas Harrach che, se ne volle fare una collezione in cui figurano
i maggiori pittori del Seicento e del primo Settecento.
E prima di lui un altro viceré, Wirk Daun, per il decoro del
suo palazzo, opera di Luca von Hildebrand, non ebbe esitazioni a servirsi
dei maggiori napoletani, incaricandosi anche di stabilire soggiorni
di apprendistato presso il laboratorio di Solimena; era nota la ritrosia
del maestro a viaggiare: mai si mosse da Napoli e una sola volta (come
abbiamo prima accennato) vide la cupola di San Pietro. L'attenzione
investe in primo luogo Luca Giordano, presente alla mostra con La
Crocifissione, un bozzetto splendido per scioltezza del tratto e mobilità
della scena, Solimena e Giacomo del Po. Ben presto però la
pittura napoletana operò una lenta conquista dell'area danubiana
con un crescendo di commesse ed un allargarsi progressivo della rosa
degli artisti privilegiati: Paolo de Matteis, Nicola Maria Rossi,
Francesco Paresi, con le loro tele conquistarono un loro spazio nelle
residenze di Vienna e in quelle suburbane.
Una cosa è certa: su tutti in questa mostra prevale Solimena,
che al centro e al di sopra si pone di ogni schieramento, giocando
sulla tastiera dell'allegoria e del mito, del ritratto e della pittura
religiosa (Mitteleuropa napoletana di Cesare De Seta su Il
Mattino, 2 aprile 1994).
La mostra è arricchita inoltre da alcuni begli oggetti in ceramica,
argento e corallo e nella sezione grafica spicca la splendida incisione
Il palazzo di Tarsia di Domenico Antonio Vaccaro; sono una novità
le dieci incisioni sul tema della cuccagna.
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