di
Pietro Paolo Zivelli
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Eduard
Bargheer (1901-1979)
Conobbi Eduardo sul finire degli anni '50; un
tavolo con alcuni bicchieri "piccini e carini", una bottiglia
di bianco, tanta atmosfera: il Bar Maria.
La sua rumorosa presenza tra i tavoli era motivo di interesse per chi
lo conosceva, di curiosità, talvolta di fastidio per gli avventori
occasionali.
Una risata fragorosa era il suo biglietto da visita, un modo per suonare
il campanello e subito Maria, il caro Tonino si precipitavano per accoglierlo
al tavolo con un lungo huuuu... huuuuu che tradotto voleva significare
un caro saluto per l'amico e l'ospite di tante serate.... Don Eduardo!
Il tavolo di Bargheer era il più frequentato, doveva esserlo e questo fatto era motivo di invidia
per tanti altri costretti a consumare in solitudine la propria bibita e per di
più sottoposti al martellante ruggito di Bargheer. Ogni giorno
quindi si ripeteva un cerimoniale che lo stesso pittore aveva formalizzato
in precise regole. Verso le 12,00, dopo 4 ore di lavoro nel suo studio,
scendeva in piazza per recarsi all'ufficio postale a ritirare la corrispondenza;
poi si fermava al bar Maria per consumare un campari. Scambiava due chiacchiere
con le persone che lo avvicinavano e che salutava con un roulante Caro,
manifestando il grado di antipatia e simpatia giocando con la lunghezza
o meno della vibrante liquida. Per cui vi era un Caro, un Carro,
ed un Carrrissimo.
Capace borsa di paglia sottobraccio, si avviava poi per Via Torrione, ululando
un Nannina che giungeva telegraficamente alle simpatiche ed amorevoli ristoratrici
del Torrione pensione-ristorante, ma soprattutto la prima famiglia foriana di
Bargheer.
I gatti non lo lasciavano mai, sciamavano tra i suoi piedi nell'attesa
istintiva che Eduardo tirasse fuori dalla cesta una carta di giornale,
ben avvoltolata, dalla quale estraeva lische di pesce, nervi di carne
ed avanzi di formaggio, gioia e delizia di Carolina e compagne. Fu proprio
Carolina che un giorno, non accettando il solito sadico "Te lo dō, ma quando dico io", gli si avventò contro
graffiandolo dolorosamente al volto.
Bargheer nasce il giorno di Natale del lontano 1901 vicino ad Amburgo,
a Finkenwerder. Intorno ai venti anni inizia la sua attività di
pittore; autodidatta, vince nel '25 una borsa di studio per un viaggio
in Italia.
Nasce così un amore grande che si rinnoverà sempre con
maggiore forza, col trascorrere degli anni.
Nel 1935 soggiorna per la prima volta sulla nostra isola; ne viene catturato,
affascinato si stabilisce a S. Angelo dove fa amicizia con il suo grande connazionale
Werner Gilles.
II '36 è un anno importante per Bargheer, quando conosce a Berna
Paul Klee che studiava musica presso un suo prozio.
Tre anni dopo si trasferisce a Forio. Soprattutto mi piacque il modo
con cui parlava di Ischia, dell'Epomeo, delle cave e delle grotte, dei
pescatori e degli dei agresti, che dividono con loro il pane e si riposano
all'ombra dei fichi; di quel mondo di poveri, di solitudine e d'incanto,
dove la bizzarra capra è regina, e il mare e la terra sono pieni di presenze quotidiane.
Eravamo in piena guerra, e questo giovane tedesco pensava e parlava come
se la ferocia, la divisione e l'assurda follia non esistessero e non lo toccassero:
né si lagnava di quanto egli stesso ne avesse sofferto; ma, pronto
senza pregiudizi ai contatti umani (era con noi allora un suo amico carissimo,
il vecchio valoroso pittore tedesco Rudolf Levy, che pochi mesi dopo i nazisti
trucidarono in un ignoto campo di concentramento), viveva visibilmente in un
mondo libero. Ischia era per lui il simbolo di questo mondo: si sentiva che quel
suo entusiasmo e amore per l'Isola era qualcosa di più della tradizionale
passione degli uomini del Nord per le terre felici del Sud, per i
Sudfrüchte, per Mignon, per la luce abbagliante e colorata. C'era una maggiore
comprensione, una più vera amicizia per le cose e per gli uomini..."
Quanto Carlo Levi scriveva di Bargheer, presentandolo in catalogo nell'anno 1949,
in occasione di una esposizione alla galleria dell'Obelisco in Roma. Sono anni
difficili ed Eduardo era solito ricordarli con una espressione molto eloquente,
quando diceva d'essere stato povero come un topo di chiesa. Miseria e diffidenza
lo accompagnavano per le strade di Forio.
Mi raccontava che le autorità del posto lo avevano segnalato come "spione":
solo i pescatori del molo, intenti a rattoppare le reti, curvi nel gioco
di maglia, lo salutavano con un Don Eduardo, che lo rinfrancava
di tante amarezze. Sono proprio i pescatori e i contadini di Forio che
dicono, come ricorda Levi: - “Questa pittura va bene, perché l'ha fatta Don Eduardo".
Il molo era un posto che egli, uomo nato sull'Elba, - "un bastone azzurro" - "il
fiume grande come il mare..." - frequentava con assiduità, con
i suoi pennelli ed il suo cavalletto. "Pescatori con reti" fu un tema
a lui caro, ricorrente in molti suoi lavori. Li conosceva tutti i vecchi pescatori
foriani, li salutava, facendo ruotare la coppola, chiamandoli per nome,
rivolgendosi loro nel dialetto foriano. Questo suo modo di fare, di inserirsi
tra la gente del posto, produceva un comunicativo legame di affetto e di
stima. Quanti ritratti di vecchi e giovani pescatori, contadini, acquarellati
con essenzialità, si possono oggi vedere nelle case foriane!
Acquarelli tirati fuori dai cassetti, finiti lì dove si conservava il
pane ed i fichi secchi. I foriani erano felici di farsi ritrarre, era un segno
di rispetto e di attenzione che il "germanese" aveva avuto nei
loro confronti ed accettavano quel foglio siglato "Bargheer",
lo portavano a casa ma poi finiva nel cassettone, a risparmiare il pane dalla
umidità: sotto le maglie invecchiate dalla salsedine, per distrarre
le tarme. Nel 1941 Bargheer soggiorna a lungo a Firenze e per l'amico F.
Kriegbaum esegue una serie di disegni relativi alla ricostruzione delle
tombe medicee. Durante il soggiorno a Firenze fa amicizia con Bernard Berenson,
che rivedrà a Forio negli anni '60, quando Berenson sarà ospite
di Sir William Walton.
Al 1946 risalgono le prime illustrazioni per le "Avventure di Pinocchio" di
Carlo Collodi.
Nel 1948 partecipa alla Biennale di Venezia ed alla Quadriennale, dove
la sua opera "Bagnanti" fu acquistata per la Galleria Nazionale
d'Arte Moderna di Roma. Anche a Forio ci si accorge di lui e, sempre
nel '48, gli si conferisce la cittadinanza onoraria. Nel '50, dopo ben
dieci anni, torna in Germania da dove si era allontanato nel 1938, in
quegli anni difficili che videro gli epuratori nazisti dichiarare degenerata
la sua pittura e quindi bandita da musei e da esposizioni. Nel 1955 partecipa
alla Documenta I di Kassel;
mentre nel 1956 riceve il primo incarico per un mosaico ad Hamburg-Eilbek.
Molti i viaggi che effettua in questo periodo ed i puntuali ritorni a Forio
sono momenti di intensa produzione. Tutti concordano nel riconoscergli una rigida
disciplina di lavoro, anche negli ultimi anni della sua vita non derogava dai
suoi impegni e non trascorreva giorno che non lavorasse.
Era solito dire, mostrando con orgoglio il suo anello al dito, di essersi sposato
con la pittura; i quadri, i suoi tanti figli sparsi per il mondo.
Molti anni sono trascorsi da quando Don Eduardo girava per le strade
di Forio pedalando la sua bicicletta, anche la moto è un ricordo mentre la sua
M. G. si ferma da Maria per il consueto campari; erano tempi di fontane: "il
bidet di Maria" così battezzò Eduardo quella di Piazza
Matteotti. Nelle lunghe serate estive foriane era piacevole fermarsi sino
a notte inoltrata a discutere con gli amici accampati da Maria, il Bar che ha
rappresentato un'epoca certo tra le più interessanti per il nostro
paese.
Erano tutti lì i più grossi nomi della cultura italiana
ed internazionale; ognuno con la sua piccola corte, ad interessarsi del
microcosmo cosmopolita foriano. Il burbero, longilineo W. H. Auden nella
sua silenziosa, anglosassone, discreta presenza, di tanto in tanto, sollevava
lo sguardo infastidito e, dietro i suoi occhiali, chiedeva che Bargheer
non gli spezzasse quel silenzio fatto di poesia e di meditazione.
Erano duelli continui e solo "l'arte", l'opera mediatrice di Maria,
riuscivano a conservare nella reciproca, forzata sopportabilità la
convivenza pacifica. Forse si profilava già un "Good bye to the
Mezzogiorno”. Truman Capote era una "Vecchia zia", questo il
giudizio all'acido prussico di Eduardo che continuava: "Non so se
sia più brutto lui o la scimmietta che si tira dietro; comunque la rassomiglianza
tra i due vale più di un certificato di paternità".
Sì, Bargheer aveva questi momenti di aggressività, talvolta
incomprensibili per chi non lo conoscesse bene; aveva il senso della
privatizzazione. Il Bar Maria era Suo, e chiunque ne invadesse l'area
era un intruso; come Suo era l'aereo sul quale viaggiava, Suo era l'albergo
di turno dove soggiornava, Suo era il vino che beveva, Suoi erano i giovani
che lo circondavano.
L'unico che riusciva a convivere, anche se con qualche difficoltà,
con Eduardo era Carlo Ferdinando Russo, docente di letteratura greca presso l'Università di
Bari, assiduo di Forio.
Una sera di una calda estate foriana (anni '70), seduti al solito tavolo,
vidi con la coda dell'occhio arrivare Pier Paolo Pasolini, in compagnia
di Ninetta Davoli; mi rivolsi ad Eduardo indicando i due. Incominciò a macinare i
denti ed a ruggire, come la sua Lokomotive, poi risoluto: "Questa occasione
non me la lascio scappare". Si alzò, si avvicinò a Pasolini
e togliendosi la coppola (anche in estate la portava) lo invitò a
sedere al nostro tavolo. Pasolini si trattenne a lungo a parlare con noi; il
Marocco fu l'argomento di quella occasione. Era il periodo in cui P. P. Pasolini
aveva appena finito di girare "Il fiore delle Mille e una notte".
Fu una serata interessantissima che ancora oggi ricordo con profonda emozione.
Soprattutto mi colpì un aspetto poco consueto di Bargheer: la sua
umiltà. Si rivolgeva al tanto più giovane intellettuale, iniziando
sempre il discorso con un "Maestro". E gli occhi gli brillavano
quando ricordava nelle parole dell'altro il paesaggio e la gente di quei posti.
Il fascino misterioso ed esotico di uno spaccato di Africa Mediterranea, incontaminata
e fiabesca nella narrazione del poeta, ingenua nei sorrisi del giovane Davoli,
eccitante nei grandi occhi acquosi di Eduardo: il tutto mi parlava più di
qualsiasi altra comunicazione intellettuale e letteraria che avessi
di quei luoghi.
Forio, 1981
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