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Antonio Macrì"(...) Antonio affronta la pittura, dipingendo ritratti,
nella prima gioventù. tenta così di conoscere i propri
simili (e se stesso) estraendo dalle sembianze il carattere e il dolore,
l'attonito tralucere di un destino chiuso, nemico, persino crudele; tuttavia
il suo animo è dolce, aspira al dialogo, alla comprensione umana
e fraterna dell'essere. Nascono così gli esemplari di una galleria
familiare (padre, madre, fratelli, amici e tipi più o meno similari)
in cui il colore ha macchie, grumi, fuso nel contempo in una partita
troppo scoperta, tradizionale o del tutto fine ottocento: Napoli, e la
scuola napoletana è alle
porte. Come forse in Tomea coi suoi alpigiani, in Antonio Macrì è da
notare l'impasto, l'architettura legnosa e solenne, spesso ieratica del
volto umano: è il primo tenue traguardo di un'arte ancora in crescita,
che sperimenta se stessa in una ricerca di rassomiglianze, di realtà naturali,
di incontri, di luoghi, cose viste. Manca, o difetta, la visione, il
potere di metamorfosi, l'altra segreta realtà, il ricordo, il
sogno.
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